Il matador è quel torero ormai esperto che, superato il grado di novizio e dimostrate le sue abilità, la propria eleganza e la letalità degli intenti, può diventare il protagonista assoluto e indiscusso delle corridas de toros. Matador, per chiunque sia nato alfabeteggiando in lingua spagnola, è l’uccisore. Ma non crediate che il titolo di colui che porta la morte sia rimasto l’unico caricato sulle spalle di un torero nella plaza. Che egli sia il mortifero ambasciatore, per le bestie magnifiche e sbuffanti che lo affrontano, non v’è dubbio riguardi la questione fondamentale, nel giudizio sul suo onore: ma a decidere di lui non è il fatto che faccia scendere il momento supremo, piuttosto sono il come e il quando lo faccia. Più importante della fatalità è la dimostrazione di saperla manipolare; solo quando questo esercizio sarà una commistione di sapienza e arroganza – analoga a quella del divino – il pubblico nell’arena sospenderà il respiro, si lascerà rapire i sentimenti e tributerà la sua ovazione.le altre carbonare
domenica 10 aprile 2011
el matador, l'eleganza dell'uccisione
Il matador è quel torero ormai esperto che, superato il grado di novizio e dimostrate le sue abilità, la propria eleganza e la letalità degli intenti, può diventare il protagonista assoluto e indiscusso delle corridas de toros. Matador, per chiunque sia nato alfabeteggiando in lingua spagnola, è l’uccisore. Ma non crediate che il titolo di colui che porta la morte sia rimasto l’unico caricato sulle spalle di un torero nella plaza. Che egli sia il mortifero ambasciatore, per le bestie magnifiche e sbuffanti che lo affrontano, non v’è dubbio riguardi la questione fondamentale, nel giudizio sul suo onore: ma a decidere di lui non è il fatto che faccia scendere il momento supremo, piuttosto sono il come e il quando lo faccia. Più importante della fatalità è la dimostrazione di saperla manipolare; solo quando questo esercizio sarà una commistione di sapienza e arroganza – analoga a quella del divino – il pubblico nell’arena sospenderà il respiro, si lascerà rapire i sentimenti e tributerà la sua ovazione.venerdì 18 marzo 2011
i tre circoli calcistici
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| «azz... quasi la prendi eh...» |
domenica 13 marzo 2011
brescia, inter, juve e giaccherini
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| l'Airone! |
Cioè, in realtà era lui a dire: proclami sulle dieci partite da vincere per poi fare i conti con i cugini, e via andare di complimenti ai compagni e felicitazioni indistinte. Però venerdì sera, poi, lui e i complimentati li ho ritrovati a Brescia. E in vantaggio, anche se non era stato il Pazzo a scegliere così ma quell'altro nove che, com'è come non è, son più le volte che lo vedi tirare una palla in porta che quelle che respira.
giovedì 10 marzo 2011
fuori tre... mica malissimo
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| «Non sempre vince il migliore» dice. E in Europa non vince mai... com'è? |
lunedì 7 marzo 2011
Tutto un calderone: Italia, Spagna e pure Inglaterra
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| Quel bel fìolo di Leonardo |
giovedì 3 marzo 2011
la natura del gol
Samuel Eto’o è un attaccante semplicemente perfetto. Elencare le sue qualità è un esercizio che non può non scadere nella banalità e, per di più, rischia seriamente di non terminare mai. Quello che trascende il potere delle parole, nel centravanti interista, è la naturalità ferina con cui si rapporta al senso del gioco: per Eto’o la questione, in linea di massima piuttosto centrale nel calcio, del mettere la palla nella porta degli altri è una faccenda affine, quanto a normalità, all’usare le gambe per camminare. Diciamo che per Eto’o, il gol, semplicemente si fa.venerdì 25 febbraio 2011
ritratto dell'atleta da... grasso? ubriaco?
martedì 22 febbraio 2011
messi balon de oro
gatto delneri, la signora ha il suo accompagnatore

evviva la maleducazione creativa

zamparini esonera se stesso

scene, scenari ma soprattutto scenette

Come già ho avuto modo di anticipare, non è che mi colpisca molto il fatto che in queste ore i riflettori siano puntati sulla Nazionale. In realtà alcune vicende da commedia peninsulare non mancano di allietare il povero cronista che – lasciatemi fare lo Jannacci – scrive dentro nei giornali perché c’ha i figli da mantenere e deve seguire gli Azzurri nonostante gli farebbe più comodo una bella giornata di campionato, con polemiche da pescare a strascico per arrivare in edicola almeno fino a martedì, ché poi c’è la Champions e via andare.
In ordine sparso, scene che neanche Monicelli:
in primis, il fiero condottiero nordico Brian Kerr non ci sta a farsi trattare come il figlio della serva del girone di qualificazioni, e sbotta, più o meno: “Non è che siccome veniamo dalle Isole delle Pecore dovete farci allenare su dei pascoli, l’orto di casa mia era meglio delle zolle che la federazione italiana ci ha propinato”. E tutti i media giù ad indignarsi e a ironizzare. Alcuni addirittura dicono che è pretattica. Figuriamoci se può essere soltanto che la federazione ha trattato questi come facevano le sorellastre con Cenerentola o, peggio, che questo è il livello di qualità che siamo in grado di offrire agli ospiti. Non scherziamo, siamo i Campioni del Mondo – oddìo no, ma abbiamo appena smesso – chi sono questi per venir qui e non sentirsi anche onorati di stare a casa nostra? Dissolvenza.
Intanto a Topolinia, pardon, al ritiro fiorentino, Antonio da Bari si è reso conto di essere un campione. Almeno, questa è la storia che racconteranno gli omini che riempiono la sala stampa, dopo il suo show: “Finalmente Cassano si riprende la Nazionale, campione dentro e fuori dal campo”. Si sbava per questo tipo di pasto mediatico. Ungi il mito dell’eroe maledetto che finalmente si redime con un po’ di salsa alla retorica, abbonda con l’inchiostro e amen, anche oggi siamo in pagina. Cassano, per parte sua, è un folletto geniale. Prima segna di testa e inguaia coordinatori Rai che si perdono l’evento – se mi raccontasse che, certo, lo sapeva che stava passando un minispot mentre lui incapocciava, sarei pronto a credergli –. Poi dimostra di aver capito due cose per cui, spero, mi farà divertire in futuro: da una parte, se incarni una promessa mai abbastanza mantenuta ma che, proprio per questa immutabile sospensione del proprio atto, è sempre una potenza, tutti pendono dalle tue labbra e puoi dire davvero quello che ti pare; dall’altra, certo nessuno ti farà mai notare che non potevi dire quella tal cosa, ma le interpretazioni di essa saranno stravolte a fini spettacolari in modo direttamente proporzionale alla potenza di cui sopra. E quindi invita nostalgicamente Totti a riprendersi il 10 azzurro accanto a lui, e sta già spiegando – cattedratico di Scienze della Comunicazione – che possono pure evitarsi di andare a stressare Prandelli, non gli sta chiedendo di chiamare il Pupone strappandolo alla Internet Box.
Motore, azione. Stop! Chiamatemi gli scenografi. Quella gigantografia orrenda cos’è? Ah, i tifosi. Ok, tutto a posto. Il presidente della Triestina – Fantinel – ha avuto questa pensata, stanco di vedere gli spalti desolatamente vuoti allo stadio e pensando proprio ad offrire lo spettacolo migliore ai suoi tifosi. A casa, davanti a Sky. Il calcio è uno spettacolo fruito da uno schermo, magari a distanza di tempo, un tempo che diventa virtuale. Noi saltiamo sulla sedia esultando oppure insultiamo il cialtrone che scarpa un cross stando a centinaia di chilometri di distanza dall’evento, trasmesso attraverso satelliti, di nuovo: virtualmente. Ma, come dice Fantinel, “che tristezza vedere in tivù gli spalti vuoti”, ci occorrono le folle in estasi e, necessariamente, hanno da essere virtuali (con tanto di sonoro, al più presto). Tutti i giornali si divertono a chiedere cosa ne penserebbe il Paròn Rocco, cui è intitolato lo stadio adorno di tifosi immortalati. Io pagherei per sentire cosa ne direbbe Jean Baudrillard.
il calcio, signori

Partiamo dalla fine. La faccia di Chiellini nell’intervista post Lech-Poznan – Juventus dice davvero l’indicibile. Ha ancora negli occhi lo spettro di qualcosa di incredibile, di impossibile. C’era una storia già scritta – e già quella non era così onorevole al cospetto della Storia della Signora, ma almeno valeva tre punti. Poi una linea impazzita ha spezzato il loop. Spiazzato giocatori, panchine, dirigenti, spettatori e televisioni. Rivedere il sinistro di Rudnevs per il 3-3 finale dà l’idea di un video che viaggi a 2x. Pareggio del Lech. Al novantaduesimo. Un sinistro spericolato, disperato. Sul campo si stava come se, lanciando una moneta, la Juventus potesse vincere sia che uscisse testa, sia che fosse croce. Ma la moneta atterra sul ciglio tra le due facce e resta lì, che probabilità c’erano? Il calcio, signori. È tutto qui.
La Juventus rischia di uscirne con le ossa rotte, non che già prima non avesse ematomi belli evidenti. Ma ribaltare una partita da due a zero sotto è sempre una tisana bella calda, anche se hai davanti dei paria del fòbal; finire così, rimontati di nuovo, invece... la faccia di Chiellini, ecco. La notte precedente c’era davvero chi sperava che la musichetta della Champions mettesse le ali alla compagine imbolsita presa a sberle quattro giorni prima dal Cesena. Non è accaduto. Hanno un bel daffare i giornali a rincorrersi salmodiando “Ibracadabra-Ibracadabra”. Il Milan è quello di Cesena. Almeno per ora. Una squadra che tenta di negare la forza della logica abbandonandosi nelle braccia di Dioniso. EZlatan, che può permettersi, dall’alto del suo enorme naso, di attaccar briga con Arrigo-allenavo-la-squadra-più-forte-di-sempre-Sacchi, è il perfetto profeta di tale follia. C’è molta poesia nel tentativo di far del calcio un gioco per esteti, tutti insieme appassionatamente. Ma la logica ha la forza di incorporare tutto ciò che, apparentemente, le sarebbe avverso, trasformandolo in una macchina efficiente e, appunto, logica.
La logica, che ci piaccia o meno, è vincente, traduco: puoi essere Mandrake, con la palla, ma se non corri – o se altri non corrono per te – non la vedi mai. Al Milan sembrano tutti dispiaciuti di constatare che è così. E continuano: “Ibracadabra, Pato, Dinho, Robinho”, sperando che il mantra si traduca in un incantesimo e fiocchino i gol, come premio divino alla loro maestà. Nel frattempo, quelli dell’Auxerre corrono tre volte tanto, colpiscono una traversa, sprecano uno scellerato contropiede tre contro zero. E solo per questo non stiamo a raccontare la replica di Cesena. Per questo e perché, data la pochezza dei francesi, Ibra il Folle riesce a scardinare per un paio di brevi istanti la logica, e per stavolta tanto basta. L’Inter non passa a Twente. Milito deve ritrovarsi, un po’ in crisi d’identità, si starà chiedendo: “Non è che il Milito dell’anno scorso è stato un caso e il resto della carriera, via pur sempre costellata di gol, esprimeva meglio la mia dimensione?”. Crisi, ritengo, foraggiata dallo scarso protagonismo del Mondiale. Ma tornerà, troppo più forte e più intelligente, in campo, di queste nuvole passeggere. Intanto c’è Eto’o, e scusate se è poco. Queste poche righe, e il weekend di campionato scorso, mi bastano per dire che da battere – almeno in Italia – c’è sempre e solo l’Inter e che l’operazione mediatica tesa ad affermare che il Diavolo sarebbe più vigoroso del Serpentone ha francamente stancato. Ma anche sortito effetti tra le folle rossonere, questo è certo.
Sono ovviamente disposto ad essere smentito e a negare di aver mai sostenuto quanto detto, qualora la prossima primavera fosse teatro di scene trionfali tra le schiere Gallian-berlusconiane. Se un’altra ed enorme linea di fuga dalla logica dovesse spezzare la storia che vedo già scritta, allora sarei stato un fanatico della potenza di fuoco rossonera fin dalla prima ora. Il calcio, signori. È tutto qui.




