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domenica 10 aprile 2011

el matador, l'eleganza dell'uccisione

Il matador è quel torero ormai esperto che, superato il grado di novizio e dimostrate le sue abilità, la propria eleganza e la letalità degli intenti, può diventare il protagonista assoluto e indiscusso delle corridas de toros. Matador, per chiunque sia nato alfabeteggiando in lingua spagnola, è l’uccisore. Ma non crediate che il titolo di colui che porta la morte sia rimasto l’unico caricato sulle spalle di un torero nella plaza. Che egli sia il mortifero ambasciatore, per le bestie magnifiche e sbuffanti che lo affrontano, non v’è dubbio riguardi la questione fondamentale, nel giudizio sul suo onore: ma a decidere di lui non è il fatto che faccia scendere il momento supremo, piuttosto sono il come e il quando lo faccia. Più importante della fatalità è la dimostrazione di saperla manipolare; solo quando questo esercizio sarà una commistione di sapienza e arroganza – analoga a quella del divino – il pubblico nell’arena sospenderà il respiro, si lascerà rapire i sentimenti e tributerà la sua ovazione.

Badate bene, o attenti affezionati, che già da qualche riga stiamo parlando di Edinson Cavani. Il nome di El Matador, sulla carta d’identità dell’uruguagio, è ormai marchiato indelebilmente e lui, corrida dopo corrida, non fa che convincere i suoi battezzatori di aver scelto bene.

venerdì 18 marzo 2011

i tre circoli calcistici

Dovete sapere che, nell'intimità della mia cameretta, quando trascino l'abat-jour sotto le coperte per sentirmi un po' più piccolo dei miei nove anni compiuti, ho un sistema tutto mio per fare il punto sulla stagione calcionaia.
In buona sostanza, distinguo tra Calcio (quello dei calciatori), Calci (proprio i calcioni) e Calciari (cazzari applicati al pallone, i calci-attori). 
Le vicende recenti hanno iscritto ai tre circoli dei membri nient'affatto banali e per vicende ancor meno noiose.

«azz... quasi la prendi eh...»
Presidente del primo club è, attualmente, un signore che risponde al nome di Samuel Eto'o. Abbiamo già trattato del perché il Re Leone meriti lo scranno ma, dopo il mercoledì nerazzurro all'Allianz Arena, il titolo di impiegato del mese gli spetta di diritto. Il numero nove fa sfoggio di umiltà, leadership, geniale talento e una manciata di altre emanazioni proibite alle parole; quando capisce che aver segnato in due minuti non è abbastanza per convincere gli dei, sforna due assist inverosimili. Il primo lo insacca un altro iscritto al primo club, Wesley l'Oranje. Del secondo, diremo poi.

domenica 13 marzo 2011

brescia, inter, juve e giaccherini

l'Airone!
Quindi quindi... era giovedì mattina (o venerdì? Mi servirebbe un iPad) quando il CorSera mi sfacciava a pagina intera un'intervista a Giampaolo Pazzini. Ah, tra l'altro: in un box basso nella pagina opposta Alberto Costa doveva aver letto le nostre righe recenti, viste le tesi sulla modestia del Milan giocante e sull'atteggiamento societario post radiazione dalla Coppona; bravo Costa che propone delle idee non allineate (direi coraggioso, ma parliamo di pallone e in più lavora al Corriere da che io ricordi, quindi che mi rischia?). Ma si diceva del Pazzo.

Cioè, in realtà era lui a dire: proclami sulle dieci partite da vincere per poi fare i conti con i cugini, e via andare di complimenti ai compagni e felicitazioni indistinte. Però venerdì sera, poi, lui e i complimentati li ho ritrovati a Brescia. E in vantaggio, anche se non era stato il Pazzo a scegliere così ma quell'altro nove che, com'è come non è, son più le volte che lo vedi tirare una palla in porta che quelle che respira.

giovedì 10 marzo 2011

fuori tre... mica malissimo

«Non sempre vince il migliore» dice. E in Europa non vince mai... com'è?
Scusi Maestro Adriano, posso andare col De Profundis, ora?

Facciamo a capirci: tutti sono già lì a dirmi che il Milan esce dalla Champions League a testa alta. Lo stesso Galliani di cui sopra ricorda – e non si capisce come possa essere un titolo di giustificazione – che negli ultimi dieci anni la Coppa orecchiona si è vista alzata due volte (sommando quella dell'Inter fa tre e vorrebbe raccontarci che il calcio italiano è ancora bello pimpante). Allegri mi informa che questa uscita dall'Europa gli dà carica (hariha) e fiducia per il campionato. Ibra e soci salmodiano che hanno dato il massimo ed è mancato solo il gol.

È evidente che c'è qualcosa che mi sfugge, però. Del resto, a mio (im)modestissimo modo di vedere, delle due, l'una: 

lunedì 7 marzo 2011

Tutto un calderone: Italia, Spagna e pure Inglaterra

Allora, è successo di tutto e alla fine non è successo quasi niente. A questo giro, mi sa che me ne frego un po' di serie A o Liga o. Facciamo che ci diciamo tutto in faccia una volta per tutte e poi amici come prima:

La vicenda sabatina di Torino direi che l'abbiamo già anche troppo macinata, lasciamo in pace la moribonda Madama. E del fatto che la Roma abbia vinto a Lecce, francamente... Invece mi sembra ben più interessante che ieri – oltre al ritmo da retrocessione della Samp – si sia vista la mano di Leonardo per la prima vera volta. In due mesi ha conquistato lo spogliatoio e la sculacciata al Genoa, che si poteva mettere in conto, è una conferma del suo comando più per come è maturata che per i tre punti. 

Quel bel fìolo di Leonardo
L'Inter ortodossa, quella con due punte e Sneijder, trotterellava, si lasciava prendere un po' in giro dai grifoni e l'argentino ex-Boca Juniors Palacio faceva pure uno. Nello spogliatoio Leo, cui non pare vero di essere sotto in casa (si badi, dico per l'opportunità, mica per la delusione), la mette giù semplice: o dentro una punta, tutti avanti e ne facciamo un sacco e una sporta, oppure si perde, vedete? Ai pretoriani – soprattutto agli argentini, che a farsi fregare da un conterraneo mica si piegano – non può sovvenire obiezione alcuna, l'Inter scende con schieramento brasiliano e ci mette un paio di respiri a ribaltare gli altri undici e la partita. Oddìo, il fatto di avere quel tipo con la maglia numero 9 là davanti, poi, aiuta piuttosto anzichenò, se il gioco è quello in cui vince chi la butta dentro una volta di più.

giovedì 3 marzo 2011

la natura del gol

questo pezzo lo trovate anche su La Civetta di marzo...

È il 9 marzo 1997. Un ragazzino manda intorno i suoi occhi piccoli e acuti e si sta chiedendo come festeggerà il suo sedicesimo compleanno, proprio domani. Poi sorride, mentre le note dell’inno nazionale riempiono l’aria e lui, guardando proprio lì accanto a sé, vede una fila di uomini in maglia verde, schierati su un prato verde anch’esso. Quando l’arbitro fischia e la folla fa sentire le sue grida entusiaste, quando la sfera di cuoio tocca per la prima volta il suo piede destro, Samuel Fils Eto’o capisce che miglior regalo di un esordio in nazionale non avrebbe potuto immaginarlo.

Samuel Eto’o è un attaccante semplicemente perfetto. Elencare le sue qualità è un esercizio che non può non scadere nella banalità e, per di più, rischia seriamente di non terminare mai. Quello che trascende il potere delle parole, nel centravanti interista, è la naturalità ferina con cui si rapporta al senso del gioco: per Eto’o la questione, in linea di massima piuttosto centrale nel calcio, del mettere la palla nella porta degli altri è una faccenda affine, quanto a normalità, all’usare le gambe per camminare. Diciamo che per Eto’o, il gol, semplicemente si fa.

venerdì 25 febbraio 2011

nemmeno ve la anticipo...

Bryan Carrasco è un genio... o un deficiente?
Ca-po-la-vo-ro



ritratto dell'atleta da... grasso? ubriaco?

È tornato abbastanza in forma, a giudicare dalle foto.
Linguaggio del corpo entusiasta, moralmente e fisicamente impeccabile.

Pare già di vederlo fare l'aeroplanino in onore di Montella...

martedì 22 febbraio 2011

messi balon de oro


Correva l’anno 2010. Ma a correre di più era un piccoletto dalle forme nient’affatto atletiche, con i capelli lunghi e spettinati e l’espressione sfigata. Costui si era ritrovato giovanissimo a trattare il pallone per lavoro, timbrando il cartellino alla FC Barcellona S.p.A. e, nonostante lo facesse ormai da anni, si guardava attorno ancora con gli occhi di chi fosse appena sbarcato a New York con la valigia, impacchettata in qualche landa lucana o sicula, tenuta solo dallo spago. Lo stupefatto ex-rachitico rispondeva al nome di Lionel Messi e, in quel tempo tanto quanto in questo, gli esperti andavano dicendo che proprio quel dato anagrafico era sinonimo di “calciatore più forte al mondo”, mica pizza e fichi.

La dissolvenza filmica ci porta fino al 10 gennaio 2011. Le luci sono accese su tre volti un po’ spaesati ma noti a chiunque, in una sala grandiosamente addobbata e piena di uomini distinti in abito scuro. C’è un altro uomo, speriamo non si offenda il suo ego per tale modesta definizione, che sorride sardonico: poco fa i riflettori erano tutti per lui, lui che più di tutti la considerava la situazione più naturale e onesta di questo mondo. Lo Specialone in questione è José Mourinho e sorride perché ha convinto la platea prestigiosa a tributargli il titolo di miglior allenatore pallonaro; non che lui avesse un solo dubbio sul fatto che il rango gli spettasse ma, insomma, sentirselo dire dagli altri ti rinfresca l’ego meglio di una mano di vernice bianca.

I tre cui abbiamo accennato, invece, portano sulle spalle (sotto la giacca elegante) i nomi di Xavi Hernandez, Andrés Iniesta e, guarda alle volte il caso, Lionel Messi. Tutti i cronisti, dall’alto della loro venerabile conoscenza, ciarlano da tempo di come sarà Iniesta a esser consacrato il miglior giocatore dell’epoca appena trascorsa: Andrés è un giocatore di calcio meraviglioso, tocca la palla come nessuno sa fare e tutto quel che vi pare. Ma, più di tutto il resto, è il giovanotto stempiato che ha insaccato la rete decisiva in un certo momento e in un certo posto che gli dèi avevano deciso fossero la capitale sudafricana durante la finale della Coppa del Mondo.

Eppure. Quando Pep Guardiola, l’elegante capobanda del FC Barcellona e quindi, guarda un po’, pure dei tre eroi illuminati, pronuncia il nome del nuovo Ballon d’Or, tutti si stupiscono di sentire un suono inatteso riempire la sala: “Lionel Messi”. Proprio il piccoletto. E sapete una cosa? È giusto così: Iniesta avrà deciso il Mondiale, Xavi era lì accanto a lui a sollevare la Coppa e tutto quanto. Ma Leo Messi è il “calciatore più forte al mondo”, ricordate? Sta tenendo il Barça in vetta alla Liga segnando più di un gol a partita, fa stropicciare gli occhi a vecchi e bambini da tutto il mondo e, se gli altri due sono dei centrocampisti indescrivibili se non con lo stupore, lui non leva solo il fiato ma anche il pensiero, con il suo calcio.

Spero ci scuserete se abbiamo divagato dagli eventi della Liga, ma avrete notato che (sarà un caso?) i protagonisti di questa storia stanno tutti nel campionato spagnolo, campionato che, peraltro, non regala sorprese degne d’attenzione: le prime vincono sempre, delle altre non si è accorto quasi nessuno.

gatto delneri, la signora ha il suo accompagnatore

Luigi Delneri, nato ad Aquileia il 23 agosto 1950, detto Gigi.
Detto anche Del Neri, da chi si sbaglia.
Cominciò il nuovo millennio su una panca gialla nel veronese, ma non era quella dell’Hellas. Gigi, in quegli anni, portò alla celebrità il fiabesco e sconosciuto Chievo, che ne uscì solo un briciolo meno famoso delle grida stridule e troppo accelerate del tecnico. La stagione 2009/2010 la trascorre, con la sciarpa blucerchiata, ad imparare da Cassano come si parla con la mano davanti alle labbra; in cambio, porta la Samp ai preliminari di Champions. Il risultato gli vale l’offerta della Vecchia Signora, che proprio l’estate scorsa stava cambiando la squadra dirigente e assumeva da Genova anche il direttore Marotta.

Così, “Gatto” Delneri di anni 60, friulano, ha per la prima volta l’imperativo categorico di eccellere in campionato, lo esige il blasone più scudettato d’Italia. Partenza col freno a mano un po’ tirato, però: Juventus sconfitta a Bari e frenata in casa proprio dalla Sampdoria (che allora si coccolava ancora FantAntonio). Poi, risultati sempre altalenanti e, quando il gioco di Delneri sembrava aver fatto presa sulle gambe dei bianconeri, le stesse gambe si scoprivano molli la domenica seguente. Per non parlare dell’Europa League.

Già, perché, durante il continuo storcere di nasi degli scettici, che peraltro Gatto alimentava affermando: “Scudetto? Affare per altri”, la Juventus si giocava anche la coppa europea, no, non la Champions, l’altra. E non vinceva mai. Non perdeva nemmeno, ma senza successi non ti qualifichi e, guarda un po’, l’eliminazione arrivava puntuale e gelida, come il campo polacco di Poznan dove finiva 1-1. La sensazione è che non ci sia uno juventino che si sia strappato i capelli, per aver dovuto far le valigie rinunciando all’Europa League. Adesso ci si concentra sul campionato.

E ne vale la pena, eccome. La cura Delneri, infatti, ha cominciato a funzionare se è vero, come è vero, che il Milan è battuto in casa per 2-1 e che, dalla quarta giornata, la sconfitta non è più tornata a bussare. Nel sedicesimo turno, poi, è arrivata la Lazio, che aveva volato sempre alto. E la Juve, trascinata dal primo cavaliere di Re Delneri, al secolo Milos Krasic, l’ha riportata con i piedi per terra e si è confermata come cacciatrice del Milan.

Il Milan, sì. È ancora a più sei ed esprime un gioco certamente più spettacolare. Ma Delneri ha costruito un gruppo, felice di stare insieme e di giocare per lui. E questa forza, adesso, sembra poter spingere la Juve fino a maggio. Adesso, in bocca a Delneri, lo scudetto non sembra più una bestemmia perché Gigi si rimangia l’umiltà di inizio stagione. Ormai sa il fatto suo, al punto da inviare messaggi che sono saluti, nelle orecchie di un monumento quale Buffon, Gigi pure lui.

Il nuovo Olimpo della Juve ha motivi di essere contento, per aver eletto Delneri. Una difesa imperforabile, una continuità di risultati totale, un calcio con le bollicine, sono tutte cose che ancora non dimorano a Torino. Eppure. Delneri si è guadagnato sicuramente la fiducia del suo battaglione e adesso avrà il tempo di condurlo tranquillamente dove meglio gli riuscirà. Se avete un penny bucato da scommettere…

evviva la maleducazione creativa


Nel giorno delle amichevoli nazionali, cioè di Balotelli che si pavoneggia con il 10 che prima era di Cassano, di Ronaldinho che spera di toccare del cuoio almeno in verdeoro, di Ibra che fa tremare i tifosi rossoneri giurando amore eterno (anche) al Milan, l’uomo del momento è un altro, da un’altra parte.

“È sempre da un’altra parte” dev’essere quello che hanno pensato domenica anche i difensori del Catania, quando cercavano di acchiapparlo e lui intanto ne faceva tre. Javier Pastore è davvero sempre altrove, sfugge sempre a chiunque si aspetti di trovarlo lì, siano spettatori, avversari o, perfino, compagni. Sfugge soprattutto a se stesso, rapidamente in punta di piedi e di fioretto, si impedisce di essere ridotto in definizioni o preso in paragoni: l’inutilità delle insistenze giornalistiche – che si credono suggestive ma suonano soltanto stupite di aver torto – si affanna alla ricerca delle somiglianze con Zidane, con Kakà o chiunque altro abbia fatto stravedere da trequartista. Ma Javier Matías Pastore è soltanto se stesso, e già dire questo è banale eccome, perché enumerare il suo talento appartiene alle imprese cui il linguaggio è estraneo. Eppure, proprio le parole di colui che incarna i resti del più grande genio che il pallone abbia visto, spiegano tutto – perché non vogliono spiegare nulla – del nuovo beniamino rosanero: Diego Armando Maradona, allora commissario tecnico della Selección Argentina, presentò il Verbo a tutto il mondo: “Pastore è un maleducato del calcio”.

El Pibe intendeva che Javier tratta il gioco come se gli appartenesse naturalmente (e in proposito Diego qualcosina ne sa) e quindi non gli tributa riverenze, come se quel viso ancora un po’ infante e quegli occhi sempre sul punto di sorprendersi fossero la fonte, e non solo i testimoni, della magia del fútbol. Lo chiamano El flaco, il magro. Una piccolezza che fa molto dell’aura incantevole di Pastore e rende irresistibile, per noi innamorati, quel suo silenzioso mettersi le partite sulle spalle, che diresti sempre sul punto di frantumarsi e che, invece, scopri essere sostenute da un’inspiegabile enormità. Un pozzo creativo che dà le vertigini se solo si pensa di scrutarne il fondo, e dal quale Javier continua a cavare i suoi personali conigli dal cilindro, in forma di assistenze di tacco, tunnel, dribbling in accelerazione e tiri dalla delicata violenza. Spacca le partite, Pastore, regala balsamo per gli occhi e comincerete a desiderarne ancora e ancora, non importa se diventerà veleno per la vostra squadra.

A fronte di questa poesia, del suo narrarci di gesta calcistiche ancora possibili e di uomini ancora al di sopra del quotidiano ordine pallonaro, l’interrogativo mediatico dominante (oltre a quello, stucchevole, della somiglianza) è diventato: “dove giocherà Pastore, la prossima stagione?”. Sarà pure scontato, poiché sistematico, che grandi talenti e club ricchi si incontrino, ma parlare di Javier Pastore potrebbe essere un’occasione per lustrarsi gli occhi e mostrare anche a chi non condivide (o è ancora giovane per farlo) cosa ci sia di tanto attraente nello spettacolo degli uomini che tirano pedate a una sfera.

Sproloquiare di chi ha i soldi per assumere El flaco, o di quale portafogli a lui piacerebbe fosse fonte del suo stipendio, diagnostica una certa miopia del piacere, un po’ come mettersi a pensare alla pratica da sbrigare la mattina seguente in ufficio mentre si è fuori a cena con una donna meravigliosa. Godiamocelo fino in fondo, è il regalo più inatteso e prezioso che il campionato potesse farci

zamparini esonera se stesso


Non gioco più… Me ne vado… Maurizio Zamparini non vuole più essere il presidente e proprietario del Palermo Calcio. È stanco di un sistema che lo delude da troppo tempo. Per la verità, non è la prima volta che il patron rosanero annuncia l’abbandono e convoca gli acquirenti. Ma stavolta… Non gioco più… Davvero… La formula dell’annuncio è un comunicato ufficiale sul sito della società: “Ho dato l’incarico di individuare un ‘Advisor’ (banca o altro) cui affidare l’incarico della vendita delle quote della società di calcio del Palermo”.

Il motivo della decisione, dopo che il Palermo ha perso dal Milan a San Siro, è spiegato in poche righe: “Mi sento ed esco sconfitto da un mondo pseudo – sportivo, dove, malgrado la mia lotta ultra venticinquennale, i valori sportivi sono sempre più spariti e dove regnano i poteri economici e mediatici di 3 – 4 club che solo fra loro vogliono con ogni mezzo dividersi gli scudetti”. Ma non è questa l’unica forma di addio, Zamparini è un fiume in piena e interviene di persona anche in radio, dove accusa il Milan di furto e l’arbitro Banti (reo, a suo dire, di avergli negato almeno un rigore e averne concesso uno tanto decisivo quanto illegittimo) di incapacità, se non di malafede. È desolato, il presidente, si sente vecchio e stanco, troppo ormai per continuare a lottare inutilmente contro un sistema così incancrenito. Nella voce arrochita pare di vederlo con le vene del collo rigonfie, gli occhi infiammati che riflettono ancora il gesto pallavolistico di Boateng, in area, ignorato dalla terna. Spiega che l’altra sera è stata solo la classica goccia col vaso, che le ha già bell’è piene da un bel po’ e che non è più cosa, per lui, stroncarsi contro i mulini a vento: si faccia avanti un rampante quarantenne con le ossa sane, e ci pensi lui a lottare con l’onore che il blasone e la tifoseria palermitani impongono.

Zamparini sarà pure eccentrico, un trita-allenatori dagli spiriti ardui da contenere. E a qualcuno potrà essere sembrato un idealista casinaro, con quest’ultimo sfogo. Ma le sue parole, così accalorate ma per nulla incoerenti, sono certamente frutto di una ferita incisa dal tempo nel suo animo. Facile, troppo facile stare dalla parte del Milan e del vincitore logico dell’ultimo match rosanero. Ma il calcio, non dimentichiamolo, non è logica. È spregiudicatezza, amore, follia. E se la follia la si soffoca con la legge del più forte, prevarrà la noia (e, visto il campionato di quest’anno, scrivere al futuro sembra già fuori luogo). Il presidente, che auspica di non restare l’unico ribelle del calcio, ha creato a Palermo un’opera giovane, competitiva, spettacolare: Pastore & C. brillano di festosa creatività, di un’efficacia bella e insolente.

E la Serie A ha fame di queste sostanze variegate, di cui Zamparini sa essere un’icona, ormai vandalizzata.

scene, scenari ma soprattutto scenette


Come già ho avuto modo di anticipare, non è che mi colpisca molto il fatto che in queste ore i riflettori siano puntati sulla Nazionale. In realtà alcune vicende da commedia peninsulare non mancano di allietare il povero cronista che – lasciatemi fare lo Jannacci – scrive dentro nei giornali perché c’ha i figli da mantenere e deve seguire gli Azzurri nonostante gli farebbe più comodo una bella giornata di campionato, con polemiche da pescare a strascico per arrivare in edicola almeno fino a martedì, ché poi c’è la Champions e via andare.

In ordine sparso, scene che neanche Monicelli:
in primis, il fiero condottiero nordico Brian Kerr non ci sta a farsi trattare come il figlio della serva del girone di qualificazioni, e sbotta, più o meno: “Non è che siccome veniamo dalle Isole delle Pecore dovete farci allenare su dei pascoli, l’orto di casa mia era meglio delle zolle che la federazione italiana ci ha propinato”. E tutti i media giù ad indignarsi e a ironizzare. Alcuni addirittura dicono che è pretattica. Figuriamoci se può essere soltanto che la federazione ha trattato questi come facevano le sorellastre con Cenerentola o, peggio, che questo è il livello di qualità che siamo in grado di offrire agli ospiti. Non scherziamo, siamo i Campioni del Mondo – oddìo no, ma abbiamo appena smesso – chi sono questi per venir qui e non sentirsi anche onorati di stare a casa nostra? Dissolvenza.

Intanto a Topolinia, pardon, al ritiro fiorentino, Antonio da Bari si è reso conto di essere un campione. Almeno, questa è la storia che racconteranno gli omini che riempiono la sala stampa, dopo il suo show: “Finalmente Cassano si riprende la Nazionale, campione dentro e fuori dal campo”. Si sbava per questo tipo di pasto mediatico. Ungi il mito dell’eroe maledetto che finalmente si redime con un po’ di salsa alla retorica, abbonda con l’inchiostro e amen, anche oggi siamo in pagina. Cassano, per parte sua, è un folletto geniale. Prima segna di testa e inguaia coordinatori Rai che si perdono l’evento – se mi raccontasse che, certo, lo sapeva che stava passando un minispot mentre lui incapocciava, sarei pronto a credergli –. Poi dimostra di aver capito due cose per cui, spero, mi farà divertire in futuro: da una parte, se incarni una promessa mai abbastanza mantenuta ma che, proprio per questa immutabile sospensione del proprio atto, è sempre una potenza, tutti pendono dalle tue labbra e puoi dire davvero quello che ti pare; dall’altra, certo nessuno ti farà mai notare che non potevi dire quella tal cosa, ma le interpretazioni di essa saranno stravolte a fini spettacolari in modo direttamente proporzionale alla potenza di cui sopra. E quindi invita nostalgicamente Totti a riprendersi il 10 azzurro accanto a lui, e sta già spiegando – cattedratico di Scienze della Comunicazione – che possono pure evitarsi di andare a stressare Prandelli, non gli sta chiedendo di chiamare il Pupone strappandolo alla Internet Box.

Motore, azione. Stop! Chiamatemi gli scenografi. Quella gigantografia orrenda cos’è? Ah, i tifosi. Ok, tutto a posto. Il presidente della Triestina – Fantinel – ha avuto questa pensata, stanco di vedere gli spalti desolatamente vuoti allo stadio e pensando proprio ad offrire lo spettacolo migliore ai suoi tifosi. A casa, davanti a Sky. Il calcio è uno spettacolo fruito da uno schermo, magari a distanza di tempo, un tempo che diventa virtuale. Noi saltiamo sulla sedia esultando oppure insultiamo il cialtrone che scarpa un cross stando a centinaia di chilometri di distanza dall’evento, trasmesso attraverso satelliti, di nuovo: virtualmente. Ma, come dice Fantinel, “che tristezza vedere in tivù gli spalti vuoti”, ci occorrono le folle in estasi e, necessariamente, hanno da essere virtuali (con tanto di sonoro, al più presto). Tutti i giornali si divertono a chiedere cosa ne penserebbe il Paròn Rocco, cui è intitolato lo stadio adorno di tifosi immortalati. Io pagherei per sentire cosa ne direbbe Jean Baudrillard.

il calcio, signori


Partiamo dalla fine. La faccia di Chiellini nell’intervista post Lech-Poznan – Juventus dice davvero l’indicibile. Ha ancora negli occhi lo spettro di qualcosa di incredibile, di impossibile. C’era una storia già scritta – e già quella non era così onorevole al cospetto della Storia della Signora, ma almeno valeva tre punti. Poi una linea impazzita ha spezzato il loop. Spiazzato giocatori, panchine, dirigenti, spettatori e televisioni. Rivedere il sinistro di Rudnevs per il 3-3 finale dà l’idea di un video che viaggi a 2x. Pareggio del Lech. Al novantaduesimo. Un sinistro spericolato, disperato. Sul campo si stava come se, lanciando una moneta, la Juventus potesse vincere sia che uscisse testa, sia che fosse croce. Ma la moneta atterra sul ciglio tra le due facce e resta lì, che probabilità c’erano? Il calcio, signori. È tutto qui.

La Juventus rischia di uscirne con le ossa rotte, non che già prima non avesse ematomi belli evidenti. Ma ribaltare una partita da due a zero sotto è sempre una tisana bella calda, anche se hai davanti dei paria del fòbal; finire così, rimontati di nuovo, invece... la faccia di Chiellini, ecco. La notte precedente c’era davvero chi sperava che la musichetta della Champions mettesse le ali alla compagine imbolsita presa a sberle quattro giorni prima dal Cesena. Non è accaduto. Hanno un bel daffare i giornali a rincorrersi salmodiando “Ibracadabra-Ibracadabra”. Il Milan è quello di Cesena. Almeno per ora. Una squadra che tenta di negare la forza della logica abbandonandosi nelle braccia di Dioniso. EZlatan, che può permettersi, dall’alto del suo enorme naso, di attaccar briga con Arrigo-allenavo-la-squadra-più-forte-di-sempre-Sacchi, è il perfetto profeta di tale follia. C’è molta poesia nel tentativo di far del calcio un gioco per esteti, tutti insieme appassionatamente. Ma la logica ha la forza di incorporare tutto ciò che, apparentemente, le sarebbe avverso, trasformandolo in una macchina efficiente e, appunto, logica.

La logica, che ci piaccia o meno, è vincente, traduco: puoi essere Mandrake, con la palla, ma se non corri – o se altri non corrono per te – non la vedi mai. Al Milan sembrano tutti dispiaciuti di constatare che è così. E continuano: “Ibracadabra, Pato, Dinho, Robinho”, sperando che il mantra si traduca in un incantesimo e fiocchino i gol, come premio divino alla loro maestà. Nel frattempo, quelli dell’Auxerre corrono tre volte tanto, colpiscono una traversa, sprecano uno scellerato contropiede tre contro zero. E solo per questo non stiamo a raccontare la replica di Cesena. Per questo e perché, data la pochezza dei francesi, Ibra il Folle riesce a scardinare per un paio di brevi istanti la logica, e per stavolta tanto basta. L’Inter non passa a Twente. Milito deve ritrovarsi, un po’ in crisi d’identità, si starà chiedendo: “Non è che il Milito dell’anno scorso è stato un caso e il resto della carriera, via pur sempre costellata di gol, esprimeva meglio la mia dimensione?”. Crisi, ritengo, foraggiata dallo scarso protagonismo del Mondiale. Ma tornerà, troppo più forte e più intelligente, in campo, di queste nuvole passeggere. Intanto c’è Eto’o, e scusate se è poco. Queste poche righe, e il weekend di campionato scorso, mi bastano per dire che da battere – almeno in Italia – c’è sempre e solo l’Inter e che l’operazione mediatica tesa ad affermare che il Diavolo sarebbe più vigoroso del Serpentone ha francamente stancato. Ma anche sortito effetti tra le folle rossonere, questo è certo.

Sono ovviamente disposto ad essere smentito e a negare di aver mai sostenuto quanto detto, qualora la prossima primavera fosse teatro di scene trionfali tra le schiere Gallian-berlusconiane. Se un’altra ed enorme linea di fuga dalla logica dovesse spezzare la storia che vedo già scritta, allora sarei stato un fanatico della potenza di fuoco rossonera fin dalla prima ora. Il calcio, signori. È tutto qui.