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martedì 22 febbraio 2011

evviva la maleducazione creativa


Nel giorno delle amichevoli nazionali, cioè di Balotelli che si pavoneggia con il 10 che prima era di Cassano, di Ronaldinho che spera di toccare del cuoio almeno in verdeoro, di Ibra che fa tremare i tifosi rossoneri giurando amore eterno (anche) al Milan, l’uomo del momento è un altro, da un’altra parte.

“È sempre da un’altra parte” dev’essere quello che hanno pensato domenica anche i difensori del Catania, quando cercavano di acchiapparlo e lui intanto ne faceva tre. Javier Pastore è davvero sempre altrove, sfugge sempre a chiunque si aspetti di trovarlo lì, siano spettatori, avversari o, perfino, compagni. Sfugge soprattutto a se stesso, rapidamente in punta di piedi e di fioretto, si impedisce di essere ridotto in definizioni o preso in paragoni: l’inutilità delle insistenze giornalistiche – che si credono suggestive ma suonano soltanto stupite di aver torto – si affanna alla ricerca delle somiglianze con Zidane, con Kakà o chiunque altro abbia fatto stravedere da trequartista. Ma Javier Matías Pastore è soltanto se stesso, e già dire questo è banale eccome, perché enumerare il suo talento appartiene alle imprese cui il linguaggio è estraneo. Eppure, proprio le parole di colui che incarna i resti del più grande genio che il pallone abbia visto, spiegano tutto – perché non vogliono spiegare nulla – del nuovo beniamino rosanero: Diego Armando Maradona, allora commissario tecnico della Selección Argentina, presentò il Verbo a tutto il mondo: “Pastore è un maleducato del calcio”.

El Pibe intendeva che Javier tratta il gioco come se gli appartenesse naturalmente (e in proposito Diego qualcosina ne sa) e quindi non gli tributa riverenze, come se quel viso ancora un po’ infante e quegli occhi sempre sul punto di sorprendersi fossero la fonte, e non solo i testimoni, della magia del fútbol. Lo chiamano El flaco, il magro. Una piccolezza che fa molto dell’aura incantevole di Pastore e rende irresistibile, per noi innamorati, quel suo silenzioso mettersi le partite sulle spalle, che diresti sempre sul punto di frantumarsi e che, invece, scopri essere sostenute da un’inspiegabile enormità. Un pozzo creativo che dà le vertigini se solo si pensa di scrutarne il fondo, e dal quale Javier continua a cavare i suoi personali conigli dal cilindro, in forma di assistenze di tacco, tunnel, dribbling in accelerazione e tiri dalla delicata violenza. Spacca le partite, Pastore, regala balsamo per gli occhi e comincerete a desiderarne ancora e ancora, non importa se diventerà veleno per la vostra squadra.

A fronte di questa poesia, del suo narrarci di gesta calcistiche ancora possibili e di uomini ancora al di sopra del quotidiano ordine pallonaro, l’interrogativo mediatico dominante (oltre a quello, stucchevole, della somiglianza) è diventato: “dove giocherà Pastore, la prossima stagione?”. Sarà pure scontato, poiché sistematico, che grandi talenti e club ricchi si incontrino, ma parlare di Javier Pastore potrebbe essere un’occasione per lustrarsi gli occhi e mostrare anche a chi non condivide (o è ancora giovane per farlo) cosa ci sia di tanto attraente nello spettacolo degli uomini che tirano pedate a una sfera.

Sproloquiare di chi ha i soldi per assumere El flaco, o di quale portafogli a lui piacerebbe fosse fonte del suo stipendio, diagnostica una certa miopia del piacere, un po’ come mettersi a pensare alla pratica da sbrigare la mattina seguente in ufficio mentre si è fuori a cena con una donna meravigliosa. Godiamocelo fino in fondo, è il regalo più inatteso e prezioso che il campionato potesse farci

mandati dagli dei. del calcio


Fratelli e sorelle, e così sia. Vi porto la novella, perché io ho visto. Ho visto un uomo di 25 anni portare i suoi primi palloni tra le difese italiane lasciandole come bambole e con il portamento e la superiorità animale di chi non ha fatto altro da quando è in fasce. Era O profeta, era il Vangelo Secondo Hernanes. Preghiamo. Ho visto un fanciullo nel volto, un angelo nell’eleganza, un lampo di luce con la palla sulla testa e poi incollata al piede mentre fa una giravolta e quella non cade se lui non vuole e, quando vuole lui, per tutti gli altri è tardi e si può solo starlo a guardare in silenzio accompagnarla in porta. Era il Pastore, era Javier El Flaco. Amen.

Fratelli e sorelle che credete nel Verbo della sfera presa a calci, è un miracolo. Quando il campionato della nostra terra, dopo decenni di vacche grasse profetizzate e avverate dai più grandi evangelisti della storia del fútbol, sembrava doversi rassegnare a desolazione e carestia. Fu allora che, non perché Zlatan o Robinho si erano concessi alla malinconica e presuntuosa causa rossonera, ma per l’intercessione insospettabile di Lazio e Palermo, arrivarono i portatori della Parola. Il Profeta e il Pastore sono aria fresca, sono talento al potere non perché il potere ce lo impone, ma perché il talento se lo prende. Lo conquista a botte di dribbling misteriosi, di delicate carezze ma taglienti. E i due ci regalano la parabola, per noi sognatori irresistibile, di un giocatore solo capace di scardinare il destino previsto e prevedibile per traghettare il proprio undici alla terra promessa.

Addirittura in testa alla classifica, come sta facendo O Profeta. Dall’etimo greco, il profeta è colui che parla in anticipo, che possiede la parola prima degli altri, per portarla loro. Con lui che insegna da lassù in cima, adesso, garantito che tutti staremo ad ascoltare. Il Pastore, come il dio cristiano con le anime degli uomini – e come i ministri di culto nelle religioni protestanti –, non è solo chi offre i suoi tranquilli e fecondi pascoli, ma è soprattutto chi recupera le pecorelle smarrite. Proprio come Javier con il Palermo di ieri, squadra smarrita, sotto due a zero e senza idee contro il Lecce, ma ritrovata dalle ispirazioni del suo Motore tutt’altro che Immobile. Questi due, signori, hanno nei piedi il fuoco sacro di chi può scrivere pagine del Libro del Calcio ogni volta che una qualunque sfera transiti nei loro pressi. Perché sono fatti della materia organica attorno a cui il Gioco gravita naturalmente, e nel modo più spettacolare e creativo e ineffabile.

Non mi importa se Hernanes sia «l’erede di Kakà», se Pastore venga avanti con la palla come faceva Zidane, queste suggestioni non mi suggestionano e le lascio a chi le apprezza. Per me, quando questi fanno l’amore con il gioco, preferisco sgranare gli occhi e stupire, non rovinare l’incanto con le parole.