Visualizzazione post con etichetta barça. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta barça. Mostra tutti i post

domenica 29 maggio 2011

Farsi gioco del gioco

Assistiamo sempre a qualcosa, se gioca la squadra vestita di azul e grana. Talvolta è la stanca e costante facilità con cui potremmo riconoscere un rullo compressore vincere su ciò che gli fa fronte. Più spesso è l'inedia arrogante del tennista perfetto che, conscio della sua infallibilità, toglie il velo che la nega alla vista solo se e quando è necessario, facendo cadere le braccia agli operai sudati – che credevano di averlo ormai messo alle corde – e portando a casa la partita sbadigliando. Infine, qualche volta, il Barça e il Gioco si fondono in un rito orgiastico, diventano il rito e tutti godiamo dell'estasi che ne scaturisce, che aspettavamo.


È l'estasi dei culés a Barcellona – ma non in Plaza Catalunya che è rimasta coraggiosamente insediata dagli Indignati – che celebrano di nuovo le Grandi Orecchie. È quella della Masia, la cantera che produce i talenti che stanno trasformando il calcio mondiale e distruggendo ogni record. È quella di Guardiola e del suo pensiero educato e totale. Quella di Abidal che sconfigge la sconfitta. Ma è soprattutto qualcosa che non sta nelle parole, nei trofei o nei numeri: una grazia dispensata attorno a tutto questo ma che non si esaurisce in questo, che non può ridursi a quello che ripetiamo continuamente per cercare di spiegarcelo.

In questa sensazione di superamento, di oltrepassamento e di mai visto prima ci viene da dire che questi fenomeni stanno facendo la Storia. Sentiamo il tempo che si sospende, che si ferma  o che accelera tanto da sfuggire alla percezione e per tenere in piedi la nostra invenzione di dirci umani – che poi è come dire l'invenzione del tempo stesso – avvertiamo l'esigenza di proiettare già subito ciò che ci sta davanti – ma anche dietro, anche intorno e che non comprendiamo – di proiettarlo, dicevo, sulle pagine di un libro di storia, cristallizzarlo lì, illuderci di averlo preso. Ma non è la Storia, quello che fa il Barça.

Il Barça vuole fare il gioco, farsi gioco. Ecco, in questo farsi gioco va in scena anche la desolazione degli avversari, imbambolati, come presi in giro. Come se i catalani si stessero facendo gioco di loro. E si stanno facendo gioco – meglio – il gioco si sta facendo di loro. Il calcio si fa nel Barça, del Barça. È il Barcellona estatico, immediato e istantaneo e – proprio per questo – eternizzato, che non gioca ma piuttosto è giocato, attraversato dal gesto e dalla meraviglia. Ci meravigliamo del suo meravigliarsi, vale a dire: sia dell'essere meravigliato che del farsi meraviglia del Barça. La nostra meraviglia, il nostro stupore è il Barça che disattende al nostro disperato intento di farne Storia, di fermarlo con lo scorrere del tempo.

E continuare a provarci con le parole, a sommare i motivi di tanta maestà, affannarsi a prevederne i successi futuri è puro tentativo di appendersi, di non farsi travolgere dall'eternità provando a eternizzarla; è voglia di non aver più paura di morire. Ma c'è morte più dolce e delicata di questa rivelazione, di questo tempo squarciato dal dribbling di Messi, dall'incedere di Xavi, dalla monumentalità di Piqué?

mercoledì 4 maggio 2011

clàsico. fine lavori

Non credete a chi vi dice che non è vero. La Storia si fa con i Se, eccome.

Se il numero 10 degli altri è un piccoletto spettinato con la magia leggiadra nei piedi e il tuo 10 sta sulle spalle di Lass - figliolo del quale quanto di più leggiadro si possa dire è: "Diarra saltato ancora da Messi" - ecco, se le cose stanno così, non puoi nemmeno ritenerti vittima di ingiustizie. 
Se invece, pur di lamentarti di tutto il mondo e far la guerra ai mulini a vento ma molto
meno simpaticamente di Chisciotte, ti metti a fare il guascone sarcastico, finisci in gabbia, da lì spedisci i pizzini ai tuoi prodi e la sera dell'evento clou (rima con Mou) diventi un latitante e nessuno sa davvero dove sei, forse sarà pure che tutti ti cercheranno, ma con ansia non maggiore a quella impiegata in trent'anni per Provenzano. Dilemmi da Nanni?



Se per tentare di contenere la squadra più emozionante, più piena e più vicina a essere definita "la migliore di tutti i tempi" chiedi ai tuoi marcantoni di bianco abbigliati di sporcarsi la divisa col sangue altrui, esposto a forza di calci, non è che davvero puoi lamentarti se giochi per un po' in 10 e il tuo piano - geniale, comandante! - di pareggiare a reti inviolate in casa per strappare una patta con reti a Barcellona finisce a capinere. Se, non bastasse il resto, la tua strategia è questa ma non presiedi il trono del Cesena, bensì quello della Casa Blanca, e proprio contro gli azul-grana, forse un senso di giustizia lo suscita, il fatto che te ne torni a casina.

Sì perché, se è vero - come è vero - che nel calcio non c'è giustizia (chiedete, nel caso, all'Arpino di Azzurro tenebra), il Barça suscita a noi fedelissimi un possesso di completezza e solletica una dimensione estetica che va oltre: laddove non c'è nulla e invece vien voglia di alloggiarci proprio questa sublime intesa tra le maglie catalane e la perfezione della fisica, della realtà, della gioia. La gioia dei Cules nell'arena del Camp Nou, gridare Olè intorno al campo verde, saltare per ore mentre la sfera accarezza sempre e solo i piedi dei tuoi, vedere la rete gonfiarsi e capire che è fatta.

E non servono spiegazioni, e se Guardiola filosofa, come fece un mese fa tornando a Brescia, che lui non sa che consigli dare per fare grande una squadra, lui, per vincere, usa Messi, spiegazioni nemmeno le andiamo cercando.
Guardiamo, godiamo, Finale.

domenica 1 maggio 2011

El Clásico

Una nuova giornata di Liga se ne va. E non cambia nulla! Il Barça perde e il Madrid perde pure. La differenza? Piccola, tutto sommato... i catalani restano a +8 e sono sostanzialmente campioni e, non bastasse, si siedono al Camp Nou ad attendere che i rivali vengano a tentare di ribaltare le sorti già scritte della Champions. Per il Real, inguaiato dalla missione impossibile che tuttavia gli toccherà tentare, arriva un'altra sconfitta. In casa. Laddove Mourinho era stato inviolabile per nove anni, tre violenze in un mese. Non malissimo.

Vi propongo un'opera che riassume la situazione. Non solo quella della rivalità più osservata dello sport attuale, ma pure un po' quella del magistero pallonaro tutto.

Dal gruppo di filmmakers di cui vedete il logo qui accanto [e qui il sito, toh], una rivisitazione di un evento che dovrebbe ricordarvi qualcosa anche se non siete malati di pallone... buona visione!

giovedì 28 aprile 2011

ho visto il messi(a)

Terza sfida su quattro e stiamo in parità: una vittoria a testa e un pareggio. Oddìo, questo è un punto di vista, magari un po' parziale. Una realtà più articolata vorrebbe che il pareggio della prima gara al Bernabeu ha sostanzialmente consegnato la Liga alla capitale catalana. Che, in seconda battuta, è bastato un golletto ai supplementari per portarsi a casa la Copa del Rey (salvo farla piallare dal proprio autobus poche ore dopo). Infine, ultimo evento vecchio di una mezza giornata, che in Champions la strada è segnata e sembra dipinta con secchiate di blau e di grana.

Francamente, le polemiche Specialone post (ma anche pre, ma anche durante) match d'andata lasciano il mio tempo un po' come l'hanno trovato e preferirei far giudicare a Voi – qualora vi importasse – se Lui abbia ragione oppure no ad accusare il Barça di sfruttare una protezione esclusiva da tutte le classi arbitrali planetarie.

A me colpisce molto, piuttosto, la sua tenace e insistita missione di trasformare quella contro il Barça in una battaglia, in un torneo medievale senza regole se non l'obbligo di restare in piedi, solitari, all'ultimo istante. E allora, tutti in campo all'arma bianca, mirando a  recidere ogni virgulto di calcio che tenti di germogliare dai piedi dei piccoletti catalani. Quando poi Mou scopre che lo lasciano in dieci (ancora una volta!), inscena un teatrino e recita la parte del derubato che si indigna, cercando di istigare la polveriera Santiago a esplodere e trascinare nella deflagrazione anche gli animi dei calciatori, per inibire il calcio, cioè quello che possiedono solo gli altri. 
Infine, con la qualificazione compromessa ma ancora non vietata, a José non passa altro per la testa che continuare a lavorare ai fianchi i rivali, se poi questo lavoro non sarà bastato, be', lui cos'ha da perdere?

martedì 26 aprile 2011

sondaggio real-barça

[Edit: così titola da ieri sera il sito ufficiale del Barça
Andrés Iniesta, con molestias en el sóleo de la pierna derecha, baja ante el Madrid
problemino da poco, per Pep? Quanto sposta l'assenza dell'8 nella semifinale? Votare...]
niente semi per Andrés...

Ok, cioccolatata primaverile andata, constatato il largo vantaggio del Milan in classifica, l'incapacità dell'Arsenal di riprendere il Man U e il Real che, pur procedendo a valanga, non riesce ad avvicinare quelli blaugrana, resta da concentrarsi proprio su quest'ultime due.

Ci siamo, la quadruplice sfida tra Madrid e Barça sta arrivando al punto più alto, tutto sommato una cosetta da niente: la semifinale di Champions. Sarà probabilmente l'incontro (doppio) più significativo, affascinante e suggestivo dell'anno, anche più della finale che ne scaturirà, secondo solo al fascino classico della prossima Brescia-Sampdoria.

Insomma, dite dite: come finisce mercoledì sera, nell'andata Real Madrid - Barcellona?

giovedì 21 aprile 2011

clasico (parte 2 di 4) - il real travolge la copa

È andata la seconda delle quattro. Come in ogni thriller che si rispetti, la successione degli eventi è un crescendo e ci teniamo i brividi più intensi per la fine, con la doppia sfida di Champions.

Intanto, però, il primo titolo del finale di stagione ispanico se ne va e prende alloggio sulle bacheche del Madrid. Sì, quelle parecchio appesantite ma anche piuttosto polverose dei Bianchi, gli stessi che aspettano da parecchi anni la Coppa con le Orecchie che, d'altra parte, sarebbe la decima. Poco, dite? Figuratevi che, per un fenomeno analogo, anche la Copa del Rey girava al largo dal Bernabeu da un po' di giorni, qualcosa come diciotto anni.

E invece, sarà quello Speciale, sarà che Cristiano è un vincente, sarà che avere di fronte il Barça è francamente un'altra cosa. Fattostà che è la Casa Blanca a dare alloggio al simbolo reale, come sembra logico che debba essere. Eppure, niente di meno logico, se considerate che il gioco del Barcellona, non tanto e non solo per la manita ormai mitologica, veniva ritenuto di un altro mondo, incontenibile, favoritissimo prima del quadruplice Clasìco. E adesso che siamo a metà strada, il Real ha preparato il terreno come meglio non poteva sperare.

domenica 17 aprile 2011

clasico – parte 1 di 4

E adesso ci siamo. Questa primavera che è arrivata di corsa, con incedere più lento solo della marcia di Raul nella classifica dei goleatori di Champions, sta già volando via scaldando gli ambienti.

E l'ambiente più caldo del mondo, laddove si butti una sfera a rotolare su un prato, si respira in quella fetta di terra, larga qualcosa come seicento chilometri, che divide Barcellona da Madrid. Seicento chilometri che si riassumevano in otto punti, fino a ieri sera.
E ancora in quegli stessi otto punti, al termine del duello de Santiago Bernabeu, stanno rinchiusi i due sentimenti più eminenti del popolo spagnolo, dei popoli che lo compongono: Castiglia e Catalunya, Castellano e Català (gli idiomi), El Madrid y El Barça. Quanto stiano vibrando gli animi maturati fin dall'infanzia, generazione dopo generazione, intorno allo spartirsi tra regno madrileno e regno catalano, è difficile immaginarlo se non si vive quella frequenza emozionale sulla propria pelle, convivendola nella propria carne.

Ma che il destino abbia deciso di mettere di fronte due dei simboli più vigorosi dell'odio reciproco, le rappresentanze pallonare, proprio in questo momento è un evento vero, pieno, incalcolabile.

lunedì 11 aprile 2011

calcio straniero in diretta

Prego? Scusate, ero distratto. Guardavo quel folletto di Luis Suarez spostarsi a un centinaio di miglia all'ora con una palla per compagna, salvo poi dirigerla verso un angolo e maledire, infine, quell'impiccione di Hart che la deviava con la manona e la faceva cozzare sul palo. Sì, affezionati, si stanno trattando male a vicenda Liverpool e Manchester City, in un Monday night di prestigio che... GOAL! Che emozione, il mio primo centro commentato in diretta! Andy Carroll ha messo tutto il corpaccione in un sinistro che somigliava più a un tracciante e la sfera, scioccata, è scappata via con traiettoria indignata per rifugiarsi nella rete.

Bene, lasciamoli continuare nei loro affari – non temete, un occhio lo lascio al teleschermo e se si agita qualcosa vi avviso – e approfittiamo di questa espatriata per vedere come stanno le cose: qui in terra d'Albione mi sentirei francamente a disagio nel mettere in dubbio il trionfo in Premier del Manchester Utd. Eppure niente vieta all'Arsenal di riprendere i Diavoli Rossi lassù, tanto più che i Gunners devono recuperare un match e, verosimilmente, dovrebbero rimontare solo quattro punti in sei gare. Se può riprenderne cinque l'Inter, perché non ne sarebbero all'altezza quelli di Arsène Wenger?

venerdì 4 marzo 2011

il real ne fa 7 ma resta a meno 7

Mica che i turni infrasettimanali ce li abbiamo solo noi, malpensanti che siete! No, pure iberica attitudine mi è lo stralciare il campionato dalla sua storica collocazione finesettimanina. E non è che sempre te lo aspetti.

Sei lì che ti rilassi e pensi "toh, 'sta settimana niente Champions, mercoledì sera mi leggo Melissa P. che mi manca quel capitolo che si spazzola" e invece facendo del sano zapping di sottofondo mica ti vedi Lionel Messi che caracolla a parecchi chilometri orari sopra la media in direzione della porta? Con la palla, neanche ve lo dico. Quel che rende la vicenda da strabuzzare i visivi organi è che, quando pensate già – tu e tutto il Mestalla di Valencia – che l'esito naturale del fatto sia un morbido accomodarsi della palla in fondo alla rete, il dieci catalano mica ti inventa un pallonetto che si va sì a sdraiare ma nella parte esterna della porta? E fosse solo questo!

mercoledì 2 marzo 2011

mourinho... tutto bene eh, ma... invidiosetto?

Avete notato che, mentre la squadra più spettacolare del mondo continua a tessere la tela perfetta che le farà vincere il primo premio al concorso Liga, non si fa comunque altro che parlare di Mourinho?

Guardiola non sa quasi più nessuno chi sia, eppure era il ragazzo prodigio delle panchine mondiali e, potrei sbagliarmi rimirando la lista, ma direi che è il tecnico della prima in alto, no? Il fatto è che non parla. Pep sta zitto e, forse perché Ibra possa continuare a chiamarlo filosofo, prosegue la lettura assorta del suo romanzo preferito: Tre uomini in Barça, dove il terzetto in questione è quello del Balòn de Oro, il M.I.X. (Messi Iniesta Xavi) perfetto per triplare il trionfo nazionale. Questa sera gli inquilini del Camp Nou ospitano il Valencia, dopo essersi fatti una gita isolana a Palma e aver vinto “solo” 3-0, un filo sotto la media stagionale dei gol segnati.

martedì 22 febbraio 2011

diciassette porta sfiga

Abbiam fatto sedici, facciamo… senza. Il Barça, che solo un’occhiata fa ci aveva fatto saltare sulla sedia mandando in tocchetti un record cinquantenario, scrive la fine alla serie di vittorie consecutive, anziché strapazzare il Gijon e fare diciassette, come tutti avrebbero immaginato.

Niente di grave per quelli di Pep, sia chiaro, ma è comunque un fatto che il tiki-taka catalano, sempre così veloce da stordirti e non farti capire com’è che la palla ti stia fissando immobile dall’altra parte della tua linea di porta, questa volta si sia inceppato. Ed è altrettanto un fatto che ventiquattr’ore dopo, quegli altri, quelli del record perso e che arrancavano in classifica, per i nervi tesi di un certo Specialone, giocavano in dieci dal secondo minuto ma spaccavano la porta con il terzino Marcelo, facendo tre punti sull’altra sponda di Barcellona (quella dell’Espanyol di cui quasi nessuno, nemmeno a Barcellona, si accorge mai). La classifica, adesso, dice più cinque azul-grana. Stiamo a vedere e aspettiamoci che sia Messi sia Ronaldo non siano felicissimi di non aver timbrato, a questo giro, e non vedano l’ora di sistemare la faccenda.

Approfittiamo dello spettacolo insolitamente scarno della vetta per dare un’occhiata più sotto. L’altra di Madrid, quella biancorossa cara ai materassai (colchoneros), si firma Atletico ma i suoi, di atleti, non stanno avendo un periodo felicissimo. Con la metà dei punti dei concittadini galleggiano in mezzo alla tabella, perdendo pure in casa dal Valencia. Questi, che erano partiti a razzo per poi mollare, tornano comunque davanti al Villarreal che sembra aver smarrito la rotta. Sconfitta anche a La Coruña, Giuseppe Rossi e gli altri del Sottomarino Giallo stanno perdendo il treno Champions (saranno avversari del Napoli in Europa League).

A Santander temevano la retrocessione. Ora respirano più tranquilli, battuto 3-2 il prestigioso Siviglia che, invece, condivide le sorti senza arte né parte dell’Atletico Madrid. Straordinari, di contro, gli altri atletici, quelli tutti baschi di Bilbao: quinti in classifica, un vero peccato la sconfitta per 1-0 a Maiorca che ne frena le ambizioni di Europa nobile. Il Getafe è la terza squadra di Madrid, ma va meglio dell’Atletico pur avendo solo pareggiato col disperato Malaga, ultimo. Se lasciamo cadere l’occhio sulla lotta salvezza, però, scopriamo un intrico di speranzose da far girar la testa: sono coinvolte, oltre a Osasuna, Almeria e al citato Malaga, altre sei squadre, dall’Hercules di Alicante al Real Zaragoza, passando per Santander, Deportivo, Levante e proprio lo Sporting Gijon indigesto ai catalani campioni.

Torna la Champions, Barça e Real qualche ambizione ce l’hanno anche lì. Ci divertiremo.

barça, la storia che si fa

Ci si accorge di stare davanti alla Storia? Quella prodigiosa invenzione che chiamiamo anche umanità e ci porta a crederci i protagonisti di un romanzo di formazione, la sentiamo passare? Certamente ci proviamo, registrando tutti i fatti, fino ai più minuscoli, per confrontare ogni realtà nuova con tutte le precedenti e stupirci quando i limiti vengono superati, gridando: “Record!”.
La banda azul-grana di Barcellona – sul cassero l’ammiraglio Guardiola, ai suoi ordini sul ponte il triumvirato Messi-Iniesta-Xavi – sta facendo la Storia a colpi di record sbriciolati. In casa ha vinto 10 volte su dodici, fuori ha sempre vinto ma la novità della ventiduesima giornata è l’ennesimo colpo inflitto agli eterni rivali in smoking bianco. Stavolta, però, l’obiettivo non è stata la classifica: il distacco tra le due rimane invariate, i Mourinho’s superano in carrozza la Real Sociedad (4-1, Kakà, doppio Ronaldo e Adebayor) e rispondono alla strapazzata del Barça agli altri madrileni, i materassai (scrivete Messi per tre volte). Ma proprio la vittoria sull’Atletico scrive la Storia della Liga.
Da oltre cinquant’anni, il Real Madrid di tali Di Stefano e Puskas deteneva il record di avversari messi in riga uno dietro l’altro: una fila di quindici vittorie. Indovinate un po’? Quei sacrileghi catalani hanno fatto sedici. Adesso non scherziamo più, capite? Finché sono i mourinhiani a doversi sorbire le umiliazioni dei nemici, è un conto, il presente tutti se lo dimenticano già mentre passa. Ma al tifoso madrileno non gli devi toccare il blasone reale di cui si ammanta: se poi è proprio l’odiato Barcellona a strappargli i gradi dalla livrea, state certi che in Spagna se ne accorgono, della Storia che si fa.
Sedici vittorie consecutive è un risultato tanto semplice da dire e immaginare quanto impensabile da realizzare. Almeno, era sempre stato così, prima del Barça del nuovo decennio. E non sembra che gli inquilini del Camp Nou abbiano intenzione di chiudere la serie tanto presto. Questi vincono sempre, divertono ancora più spesso con un calcio stellare, mandano in campo il giocatore più forte della sua epoca (sempre l’omino che ha scritto il record con una tripla e si terrà il pallone come ricordo), insomma: se avete due soldi e volete fare un regalo ai vostri bimbi, portateli a vedere il Barcellona, non ve ne pentirete.

messi balon de oro


Correva l’anno 2010. Ma a correre di più era un piccoletto dalle forme nient’affatto atletiche, con i capelli lunghi e spettinati e l’espressione sfigata. Costui si era ritrovato giovanissimo a trattare il pallone per lavoro, timbrando il cartellino alla FC Barcellona S.p.A. e, nonostante lo facesse ormai da anni, si guardava attorno ancora con gli occhi di chi fosse appena sbarcato a New York con la valigia, impacchettata in qualche landa lucana o sicula, tenuta solo dallo spago. Lo stupefatto ex-rachitico rispondeva al nome di Lionel Messi e, in quel tempo tanto quanto in questo, gli esperti andavano dicendo che proprio quel dato anagrafico era sinonimo di “calciatore più forte al mondo”, mica pizza e fichi.

La dissolvenza filmica ci porta fino al 10 gennaio 2011. Le luci sono accese su tre volti un po’ spaesati ma noti a chiunque, in una sala grandiosamente addobbata e piena di uomini distinti in abito scuro. C’è un altro uomo, speriamo non si offenda il suo ego per tale modesta definizione, che sorride sardonico: poco fa i riflettori erano tutti per lui, lui che più di tutti la considerava la situazione più naturale e onesta di questo mondo. Lo Specialone in questione è José Mourinho e sorride perché ha convinto la platea prestigiosa a tributargli il titolo di miglior allenatore pallonaro; non che lui avesse un solo dubbio sul fatto che il rango gli spettasse ma, insomma, sentirselo dire dagli altri ti rinfresca l’ego meglio di una mano di vernice bianca.

I tre cui abbiamo accennato, invece, portano sulle spalle (sotto la giacca elegante) i nomi di Xavi Hernandez, Andrés Iniesta e, guarda alle volte il caso, Lionel Messi. Tutti i cronisti, dall’alto della loro venerabile conoscenza, ciarlano da tempo di come sarà Iniesta a esser consacrato il miglior giocatore dell’epoca appena trascorsa: Andrés è un giocatore di calcio meraviglioso, tocca la palla come nessuno sa fare e tutto quel che vi pare. Ma, più di tutto il resto, è il giovanotto stempiato che ha insaccato la rete decisiva in un certo momento e in un certo posto che gli dèi avevano deciso fossero la capitale sudafricana durante la finale della Coppa del Mondo.

Eppure. Quando Pep Guardiola, l’elegante capobanda del FC Barcellona e quindi, guarda un po’, pure dei tre eroi illuminati, pronuncia il nome del nuovo Ballon d’Or, tutti si stupiscono di sentire un suono inatteso riempire la sala: “Lionel Messi”. Proprio il piccoletto. E sapete una cosa? È giusto così: Iniesta avrà deciso il Mondiale, Xavi era lì accanto a lui a sollevare la Coppa e tutto quanto. Ma Leo Messi è il “calciatore più forte al mondo”, ricordate? Sta tenendo il Barça in vetta alla Liga segnando più di un gol a partita, fa stropicciare gli occhi a vecchi e bambini da tutto il mondo e, se gli altri due sono dei centrocampisti indescrivibili se non con lo stupore, lui non leva solo il fiato ma anche il pensiero, con il suo calcio.

Spero ci scuserete se abbiamo divagato dagli eventi della Liga, ma avrete notato che (sarà un caso?) i protagonisti di questa storia stanno tutti nel campionato spagnolo, campionato che, peraltro, non regala sorprese degne d’attenzione: le prime vincono sempre, delle altre non si è accorto quasi nessuno.

stile mou

Avete presente quando, oramai imbattibili artigiani del vostro videogame pallonaro preferito, riuscite a costruire una squadra perfetta e il vostro gioco spumeggiante vi consente di asfaltare ogni rivale che il gioco vi opponga nel campionato virtuale? So che sapete di cosa parlo: dopo l’iniziale esaltazione, magari condita dalla vostra telecronaca che scimmiotta quelle celebri di Sky e incorona i vostri ragazzi come undici Palloni d’Oro, arriva la consapevolezza che tutto è troppo facile e, senza sfide, insorge la noia. E qui entra in scena il Barça di Pep Guardiola: un gruppo di giovanotti con del genio misterioso nei piedi e il vizio di segnare cinque gol a partita (qualcosa di più: 26 nelle ultime cinque gare!). Ma soprattutto, e ringraziamo i vari dèi cui vi affidate, i blaugrana sono una fonte di spettacolo praticamente inesauribile e di spettatori annoiati dopo una loro uscita i libri di storia non riportano notizia.

Sabato sera era derby di Barcellona, al Cornellà l’Espanyol ospitava i campioni. I biancoazzurri sognano la Champions, ma difficilmente gli servirà aver giocato con i concittadini: undici folletti impegnati a mettere nel sacco i regali per i loro fedeli, come comanda Babbo Guardiola. Alla fine ne incartano cinque, segnano due volte Pedro, due Villa e pure Xavi. Mentre Villarreal e Valencia rafforzavano i loro terzo e quarto posto e l’Atletico Madrid ne dava tre al povero Malaga, quelli in Bianco Reale avevano ventiquattr’ore per innervosirsi, grazie all’ennesimo saggio di forza dei rivali.

Ed erano nervosi, altroché, quando al Bernabeu è sbarcato il Siviglia. Partita dura, parecchi calci e poco gioco, questa volta il Madrid non ha la forza di rispondere per le rime ai catalani. Carvalho viene cacciato con due gialli nel groppone, e in dieci uomini le sirene di Barcellona alzano il loro rumore. Ma Mourinho ha un Angel custode, di cognome fa Di Marìa e se finisce uno a zero è per un suo regalo. Non occorrono regali, invece, al sempre modesto tecnico portoghese per dare spettacolo in conferenza stampa. Evidentemente doveva essergli giunta voce dell’ira di Benitez e poteva lui essere da meno? Dopo la vittoria, Mou si presenta con un A4 pieno di errori arbitrali, a suo dire a danno delle Merengues. E via di polemiche contro tutti, in primis contro i dirigenti stessi del Real, rei di non difendere la loro squadra.

Mettiamola così: il Real resta a meno due, davvero poco da invidiare al Barça. Questo almeno sul campo, quanto a stile, invece…

reti piene e casse vuote

Proviamo, in una delle ultime occhiate prenatalizie alla terra spagnola del fùtbol, un gioco diverso dal solito: diamo un’occhiata alla classifica, sì, ma quella di chi riempie il sacco più spesso. E facciamolo in senso ascendente: dopo 15 partite, a quota 6 reti c’è Diego Forlan, il talento uruguagio dell’Atletico Madrid (23 punti e zona Europa League per i colchoneros); accanto a lui, le punte di due squadre in lotta salvezza, Calcedo (del Levante) e Valdez (Hercules Alicante). Un gradino in più, e troviamo già dei talenti difficili da descrivere senza sbiadire per l’incanto: 7 perle per Sergio Agüero e Gonzalo Higuain, entrambi argentini, entrambi accasati a Madrid, ma il primo è dell’Atletico e il secondo è alla corte di Mou.

8 volte hanno gridato i tifosi per le opere di Giuseppe Rossi e David Trezeguet: il primo sta a Villarreal, sabato ha perso dal Getafe e saluta definitivamente la coppia di testa; l’altro si sta levando qualche sassolino bianconero dalla scarpa e dimostra che non aveva ancora smesso di fare il proprio mestiere. Saliamo ancora un passo e troviamo un altro giallo di Villarreal, il Nilmar per cui tante voci di mercato si erano sprecate in casa nostra. Accanto a lui, c’è il primo blaugrana: David Villa, campione del mondo in Sudafrica e due sberle di queste nove le ha date al Real Madrid. La sorpresa, ma nemmeno tanto se siete avvezzi alle vicende della Liga, è Fernando Llorente; icona basca se ce n’è una, bandiera dell’Athletic Bilbao, segna 10 volte finora e pochi onorano come lui la maglia che indossano. A quota 11… no, un momento, c’è qualcosa che non va. Improvvisamente, tra il secondo e il primo posto, non ci basta sommare uno, ma dobbiamo mettere una scala a pioli: in cima, troviamo due ragazzi così diversi da sembrare una coppia da commedia. Lionel Messi e Cristiano Ronaldo vanno a braccetto con 17 gol segnati in 15 gare. Che è come dire che, se affronti Barça o Real, devi mettere in conto che loro segneranno almeno un gol. Sarà un caso se sono queste due a spaccare la classifica e giocare un campionato a parte, fatto apposta per i marziani?

Ancora una volta, Mou e Guardiola mandano in campo due eserciti che spargono il sale sugli avversari e portano a casa tre punti. Il Real passa 3-1 a Zaragoza, gli altri stampano un altro 5-0, questo in faccia alla Real Sociedad. Tutto come da copione e niente di nuovo sul fronte transpirenaico.

Anzi, a ben vedere, una cosetta c’è: la dirigenza del Barcellona ha siglato un nuovo accordo per lo sponsor sulle divise. Dice: e allora? Niente, se non fosse che i blaugrana hanno 111 anni di vita e non avevano mai affittato prima i loro pettorali. Solo da poche stagioni ospitavano il logo dell’Unicef e non solo non ricevevano un quattrino ma addirittura pagavano il privilegio 1,5 milioni di euro l’anno. Dalla prossima stagione, invece, questa roccaforte storica cadrà e, accanto al simbolo umanitario, comparirà quello della Qatar Foundation. Ente umanitario anche quest’ultimo, ma felice di sborsare 150 milioni di euro in 5 anni. Giocherai pure il calcio migliore del mondo, ma la crisi è la crisi…

barça in carrozza, la nonna di mourinho e altri fatti da liga

Ci eravamo lasciati con una questioncina da poco, l’ultima volta che avevamo varcato i Pirenei per dare un’occhiata alle vicende ispaniche: il Barça di Guardiola aveva fatto la storia stampando un 5-0 in faccia ai Reali, e tanti saluti alla famiglia. Un modo niente male di prendersi la testa della classifica, ma poi c’è da mantenerla.

Se c’è qualcuno tra voi onorabili lettori, perlopiù milanese, che aveva pensato di approfittare del ponte dell’otto dicembre per farsi un giro in Spagna, costui sarà certamente al corrente che laggiù gli scioperi stanno tenendo a terra gli aerei. Sembrerà strano, ma questo è il genere di cose che può dar noia anche alla squadra migliore del mondo: atterrare a Pamplona sabato era impossibile, ecco perché i blaugrana avevano chiesto il rinvio del match con l’Osasuna. La lega in un primo momento acconsente, poi salta fuori che nessuno ha avvertito i padroni di casa, che si risentono un tantino e ci terrebbero a giocare cascasse il mondo.

E allora quelli di Guardiola si arrabattano, trolley al seguito, per inseguire il primo treno e farsela su binari. Scesi, per fortuna in orario, arrivano di corsa allo stadio, dimostrano il loro turbamento vincendo solo per tre a zero e, nemmeno il tempo di una pizza al taglio in stazione, c’è da saltare in carrozza per l’ultimo diretto della sera. Storie meravigliose. Intanto, a Madrid, tutti ancora con la faccia un po’ scura – salvo Mourinho che, parlando alla stampa, si autoappunta al petto fantomatiche medaglie e va citando sua nonna (non scherzo) – ma Cristiano Ronaldo non ha bisogno di essere allegro per farne due al Valencia, la stessa squadra che un mese fa si inebriava con l’aria rarefatta di lassù e adesso sdrucciola al quinto posto.

Tra le altre, sempre bene il Villarreal, terzo e in zona Champions, che viene a capo dell’insidioso Siviglia grazie al talento Nilmar. La seconda squadra di Barcellona, di cui tendenzialmente nessuno si accorge – nemmeno a Barcellona – è l’Espanyol e la sua risalita in classifica comincia a non sembrare più un caso. Tanto quanto non sembra casuale il rendimento scarso dell’Atletico Madrid, ben più blasonata squadra della capitale. I primi sono a quota 28, saldamente quarti, gli altri perdono male dal Levante e restano a 20 punti. Riassumendo: per la zona Champions, a parte le due compagini di marziani là in cima, ci sono Villarreal ed Espanyol, con i possibili rientri di Valencia e Real Sociedad. Le altre navigano con mare tranquillo, giù giù fino a Real Zaragoza (9 punti), Almeria e Sporting Gijon (entrambe a 10), le cui situazioni sembrano seriamente inguaiate.

la manita!!!

Dice Mourinho, se perdi nettamente e senza appello, è facile da commentare e ancor più da digerire. Lo spiegasse a Sergio Ramos e compagnia calciante. Il Digestivo Catalani è un amaro calice per i Blancos che, dopo novanta minuti in cui dire che non l’hanno vista mai è un gigantesco eufemismo, hanno bisogno di prendere a pedate qualcosa, meglio, qualcuno. Nella fattispecie, quei folletti in maglia blaugrana che da questa notte, da questo Clásico, escono consacrati ad eroi immortali per i centomila accorsi al Camp Nou e per tutti noi televisionari che, sgranando gli occhi, abbiamo controllato più volte che non stessimo vedendo un match alla Playstation.

Pep Guardiola, il catalano zen, aveva sorvolato per l’ennesima volta sulle lame affilate infilategli sotto i piedi dal linguacciuto Mou e le polemiche pre-partita del portoghese, al solito sobrio e modesto (aveva ringraziato Dio di non essere nato umile, credo che ora Guardiola stia ringraziando le sue divinità predilette per non averlo fatto nascere Mourinho) erano rimaste sterili. Come si dice in questi casi, versando abbondantemente dall’oliera della retorica, Pep ha preferito rispondere sul campo. E dal primo all’ultimo minuto i suoi ragazzi – quasi tutti cresciuti con questa maglia e quasi tutti campioni del mondo – hanno scherzato quelli in bianco, hanno nascosto la palla imponendole evoluzioni impossibili da esprimere a parole, hanno fatto chinare Casillas cinque volte per raccogliere il contenuto della rete. Un’umiliazione, per il Real mai battuto quest’anno, che sono i madrileni stessi a controfirmare, finendo con una caccia all’uomo violenta.

Per quel che vale, il sottoscritto mai aveva visto nulla del genere e – a riprova del fatto che la sua incompetenza è notevole – si ascriveva anch’egli al club di chi si aspettava un Real favorito dalle motivazioni, dopo aver perso quattro volte di fila dal Barça. E invece. Invece i blaugrana non hanno limiti, tessono trame ineffabili e sono una delizia per lo sguardo, che si sforza di trattenere il più possibile di ciò che vede per rendere il sogno immortale. Per fortuna, però, non è un sogno. Barcellona-Real Madrid 5-0 è una realtà transeunte ma che si fa opera indimenticabile, sotto gli scalpelli delicati e spietati di Xavi, Pedrito, David Villa e del giovanissimo Jeffren, a loro volta magistralmente diretti da Iniesta e coronati dal miracolo Messi.
Se non avete assistito a questo supremo manifestarsi dell’essenza pallonara primordiale, non saranno queste righe o altre a ripagarvi e fareste bene a maledire qualunque altro impegno vi abbia proibito l’evento. Barça-Real doveva essere il massimo, i secondi contro i primi, Messi contro Ronaldo, Guardiola contro Mourinho: se qualcosa abbiamo da concludere, è che ora non esiste squadra al mondo che possa impedire ai catalani, qualora lo decidessero e giocassero al meglio, di sommergerla. E il loro primato nella Liga, adesso, sembra solo la logica conseguenza dello spettacolo mirabolante che ci hanno regalato e che con la logica, grazie al cielo, ha poco a che fare.

nessuno balla come barça e real

Al Teatro Nazionale Spagnolo della Liga, durante ogni stagione, viene un momento in cui il ritmo delle danze si alza, i balletti si fanno più impegnativi e a deciderli sono quasi sempre gli stessi due protagonisti, gli unici che possono reggere: il Corpo di Ballo Camisetas Blancas di Madrid e la Scuola di Danza Las Ramblas di Barcellona. Le due compagnie hanno i loro insegnanti e direttori: José Mourinho propugna un ballo arrogante e manifesto, per quelli di Madrid; Pep Guardiola, da Barcellona, vuole ricami e incanto per gli occhi. Le loro étoiles rispecchiano clamorosamente i rispettivi stili: a Madrid brilla la stella di Ronaldo, portoghese come il suo direttore, e pure lui un trionfo di presunzione e superiorità (10 le perle scagliate nella rete finora, una per ogni recita); per gli altri c’è Leo Messi, che si muove sul palco d’erba come un folletto silenzioso, lascia parlare il mistero delle sue invenzioni e zittisce pure tutti noi, quando le vediamo (8 i suoi gol in questo torneo). Questo weekend a Madrid c’era un appuntamento per buongustai, al pubblico del Bernabeu toccava il derby con i materassai dell’Atletico. Ma il Real rendeva tutto meno interessante facendo due a zero dopo un quarto d’ora, e tanti cari saluti. Non molto lontano da lì, a Getafe, il Barça navigava in classe extra-lusso con tre motori: Messi – guarda un po’ –, Villa e Pedrito. Solo le briciole restano, come al solito, alle altre scuole. A Villarreal c’è un ballerino italiano finanche nel nome e cognome, Giuseppe Rossi (7 reti), che trascina i compagni in calzamaglia gialla; schiantando l’Athletic di Bilbao (4-1), il “sottomarino giallo” resiste a 23 punti, solo tre in meno dei monarchici in bianco. Dietro, si sta facendo il vuoto. Comunque bene, per i loro standard, Espanyol e Real Sociedad; inguaiate, in fondo, le classifiche di Deportivo (che vincendo ha preso ossigeno) e Real Zaragoza.

il real avverte il milan, il barça ne ha per cinque


Solo due settimane fa il calciofilo che, fedele ai numeri e alla loro verità, avesse cercato quella della Liga nelle cifre della classifica avrebbe concluso che Valencia e Villarreal sarebbero state gatte da pelare, per il duopolio Barcellona e Real. In quindici giorni, però, entrambe le sfidanti si sono scoperte osare troppo e hanno fatto strada al blasone di blaugranas e blancos; il Valencia, da capolista che era, si è messo nel carrello un punto in tre partite, pareggiando ieri con il Real Zaragoza, e adesso è quarto a meno sei dalle camicie bianche di Madrid. Mourinho sembra aver deciso che era l’ora di alzare il ritmo della musica in sala e il suo primo violino, Cristiano Ronaldo, ha ubbidito prontamente. L’orchestra funziona eccome, ma Mou deve possedere degli intrugli fatati: accanto a Cristiano e al suo enorme ego – proporzionato alla sua potenza calcistica – si è creato magicamente spazio per i talenti smisurati di Higuain, Özil e Di María. Nell’ultima esibizione l’Orchestra Itinerante Real era ad Alicante, contro l’Hercules che aveva schiaffeggiato tempo fa il Barça: e la neo-promossa voleva ripetersi, tanto che l’immarcescibile Trezeguet faceva più uno con una capocciata che dovreste rimpiangere, se non l’avete vista. Poi “musica Maestro”, e nella porta dell’Hercules piovono sassi: la rete si gonfia docile agli ordini di Di María e – due volte – di Ronaldo. E il Barça? Non si può dire stia ad ascoltare la lezione senza protestare: sabato, al Camp Nou, ne ha messi cinque in valigia al Siviglia, per il viaggio di ritorno. Due volte Messi – sempre meno umano e più mitologico – due anche per David Villa, c’è un angolino anche per Daniel Alves. Pazzesco quanto quelli di Guardiola facciano sembrare facile asfaltare gli avversari. Ormai le loro goleadas non fanno più notizia. Per le altre del torneo, ordinaria amministrazione; ci terrei a far notare solo l’Athletic Club di Bilbao che, come sempre composto solo di giocatori baschi, resiste fieramente a metà classifica della massima serie nazionale.

tema in classe: Il campionato della Liga, impressioni e suggestioni.

Svolgimento: Viene da affermare che laggiù in Spagna devono aver scovato la formula di un filtro segreto o conquistato il favore degli dei che proteggevano gli eroi olimpionici. Successi in Formula 1 (Fernando Alonso), Moto GP (Jorge Lorenzo), ciclismo (Alberto Contador – sorvoliamo sui suoi, di filtri), tennis (Rafa Nadal). E poi c’è il fútbol: il Barça trionfa due volte in pochi anni in Champions e diventa centro dottrinale del calcio-spettacolo; la nazionale trionfa, in successione, sia all’Europeo che – divina elevazione – nella finale mondiale di Johannesburg. Guarda caso, sette degli undici eroi di quell’impresa hanno dimora abituale proprio sul prato del Camp Nou di Barcellona. L’ultimo arrivato, il più acclamato tra le Furie Rosse in spedizione sudafricana, risponde al nome di David Villa e il suo acquisto sembrava destinato a segnare le sorti dell’ennesimo dominio catalano nella Liga. Gli uomini agli ordini di Pep Guardiola, infatti, hanno trascorso gli ultimi due anni mettendo in fila tutti i clan avversari a colpi di goleadas; profetizzati da Lionel Messi, del quale ogni singola giocata eccede il dicibile, si sono concessi il lusso di insegnare il gioco ai rivali della Casa Real. L’orgoglio catalano parrebbe potersi solo rinvigorire, con l’istinto animale di Villa per la rete. Eppure. Un’occhiata veloce alla classifica dopo otto giornate – quindi parzialissima ma pur indicativa – e vediamo che davanti c’è proprio il Real Madrid. Solo pochi giorni fa, in cima alla lista era il Valencia, il club che si è privato del gioiello Villa (29 anni) e che, ora, si fa trascinare da Juan Manuel Garcia Mata, che di anni ne ha 22 e al Mondiale ha scardinato le mandibole di molti, stupendo col suo talento. Ma la corsa si è interrotta proprio al Camp Nou, alla prova contro i campioni. Prima sconfitta (2-1), e sabato 23 subito la seconda, stesso risultato imposto dal Mallorca. La vetta per il Valencia se ne va e – qualcuno è sorpreso? – è Mourinho ad insediarsi al posto di comando. Appena arrivato tra los blancos, ha subito ritenuto di alzare la voce contro il placido Guardiola, provandosi a mettergli pressione. Come al solito, peraltro, lo Special ha espresso desideri dorati e i suoi dirigenti li hanno trasformati in realtà, nelle persone e nei piedi di Mesut Özil e di Ángel Di María. La figura, fino a un anno fa semi-divina, di Pep Guardiola sfoggia ora certe incrinature. Proviamo a indagarne alcune: Mourinho proviene – superfluo ricordarlo – dalla tripletta storica dell’Inter, sogno divenuto realtà anche grazie all’acquisto di Samuel Eto’o. Il camerunense fu iper-protagonista delle Champions League vinte dal Barça, aveva segnato il primo gol proprio nella finale che consacrò Guardiola. Scaricato dal mister che vinceva tutto – nonostante il parere contrario della Pulce Messi – Eto’o fu scambiato per Ibrahimović, indossò la casacca nerazzurra e in quella sponda di Milano fluirono pure dei liquidi. L’attaccante avrà pure avuto il torto di non adattarsi al volere del tecnico blaugrana, ma nemmeno un anno trascorse che fu lui a levarsi la soddisfazione di sconfiggere gli ex-compagni nella semifinale di Champions, prima di sbarcare a Madrid ed alzare – lui soltanto per la seconda volta di fila – la Coppa dalle grandi orecchie, e scusate se è un po’ poco. Intanto, Ibra non legava a sua volta con Guardiola, che lo lasciava partire per Milano – stavolta diavolo, non serpente – rinnegando l’investimento di un anno prima. Dopo questi scherzi del destino, la fiducia di Guardiola forse avrà bisogno di un ricostituente, soprattutto perché proprio Mourinho progetta di fargliene un altro, di scherzo, andando a sfilargli anche la corona di campione di Spagna. Avanti di un punto, le merengues hanno 22 gol all’attivo, concedendone solo quattro. Quattro sono anche i timbri di Cristiano Ronaldo nell’ultima uscita (6-1 al Racing), mentre Messi faceva due a zero alla Romareda di Zaragoza. Guardiola contro Mourinho, Messi contro Ronaldo, insomma: Barça contro Real. Vi viene in mente qualcosa di meglio?