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mercoledì 5 ottobre 2011

domande che uno proprio non può non farsi...

Ero lì che mi dilettavo con l'abaco, per capire com'è che nemmeno la somma di entrambe le classifiche milanesi si avvicini poi tanto alla vetta della serie, e – non avendo adempiuto affatto alla questione – ben altri intriganti questionari approfittavano della mente girovaga per intromettersi in luce.

Stando che, ovviamente, nemmeno per quelli incappai in risposta, li sottoporrei alla di Voi.

Mi sapreste dire perché...


  • ... non sopporto il capelluto indolente che (non) gioca nella Fiorentina, ma mi trovo costretto a gridare a pieni polmoni: «IO STO CON MONTOLIVO!» dopo aver sentito il suo parere su Nocerino e il Camp Nou?
  • ... se l'Inter perdeva con l'uomo in meno, Mourinho faceva le sue piazzate, tipo la simulazione plateale di un ammanettamento, e insultava la quaterna facendosi cacciare, e d'un tratto lo stadio pareva un saloon e i suoi uomini diventavano verdi e ribaltavano partita e avversari mentre ora, che quella parte la recita Ranieri, i nerazzurri si guardano smarriti chiedendosi: «perché quel vecchio sbraita?» ed entrano in campo ancora più molli di prima?
  • ... già che parliamo dello specialone, il Corriere di oggi 5 ottobre titola così?


Il dito, squalificano? E come fanno? Lo trattengono in tribuna mentre Mou va in panca? O sta direttamente in hotel e se la vede in tv?

  • ... a ottobre fa ancora 'sto caldo che perfino Ibra si stanca di trascinare il naso per i campi del pallone, che non è più bello come una volta, poveretto?
Bòn, se mi saprete rispondere, ve ne sarò.
Ossequi.

lunedì 3 ottobre 2011

impressioni per forza di corsa

Dice uno scopre il calcio. Succede in quel modo che, quella volta – la primissima – che posa l'occhio sulle 22 coppie di gambe incrociantisi, quel brulichio variopinto di colori in campo verde gli gusta non poco e in un amen, al massimo in una settimana, eccolo che ci ricasca a posare l'occhio sul fòbal e bum, ce lo siamo giocati, sarà schiavo del cuoio per tutta la vita ma più ancora per il cuore.

Ecco, a quell'ex-poppante lì, vuoi perché alla foggia da spettatore ha coniugato alla bell'e meglio quella da protagonista (al massimo nel praticello dietro casa, facciamo a capirci), vuoi perché comunque il primo dei due ruoli l'ha portato in scena quelle cinque/seicento volte, alcune impressioni del meraviglioso gioco del sono rimaste volenti o dolenti marchiate sulla pelle. Quindi, attraverso le impressioni di cui, vi andrò a spiegare il perché e il percome della sesta giornata di A, che poi è la quinta e bòn, tocca abituarcisi.

La prima orma sulla pelle inscritta dalla palla da calci racconta di una legge che, più la leggo e più me ne convinco, tenderà a permanere immutata per le future generazioni di bimbi con la cresta e i piedi incantati. Codesta legge e l'impressione che la canta ci costringono a partire in retromarcia, nel narrar le gesta calcio-italiche di appena iniziato ottobre: Juventus Stadium, sì? Domenica sera, chiara la scena? Silenzio, recito l'adagio (non perché non sia scontato come gli abiti estivi a luglio ma perché, dedotto lo sconto, a qualcuno dei protagonisti non pare affatto così lampante): «Al giuoco del calcio, se non corri non vinci». Corollario alla definizione: «Come detto, ma anche difficilmente pareggi, più spesso Bonera ci fa una figura magra anzichenò». Adesso potremmo star qui a blaterare che:

  • La Juventus è matura, affamata, umile, rinnovata, atletica;
  • Il Milan ha troppi infortunati e andrà giudicato solo dopo la sosta;
  • È l'anno della Juve: ci ha lo Stadio nuovo di zecca, ci ha Conte che – chissà chi l'ha deciso – è un predestinato, ci ha la simpatia di quelli tutti belli ripuliti perché – poveri – gli è toccata la seriebì e lo scudetto del 2006 insomma proprio non glielo vogliono ridare, ci ha questo, ci ha quello.
A me quel che rimane addosso si riassume nella sensazione che, da qualche anno, contro il Milan, basta correre un tantino, che poi a quelli il culo gli si abbassa tanto quanto a Seedorf. Ah, no, pure un'altra cosa. Se quando ti giri verso lo schermo le immagini ti sorprendono con un 21 che, prima di realizzare che la trasmissione non è in bianco e nero, ci metti i tuoi bravi cinque secondi, benvenuto nel club dei nostalgici; smettila pure di pizzicarti, tanto quello è proprio Pirlo e non è un incubo.

Il pomeriggio domenicale mi ha annoiato, ha fatto gol Giovinco, di più non so. C'era pure la Ventura a Sky in Campo, vi pare che si potesse sopportarre la diretta?

Il sabato sera mi sa che non ha annoiato nessuno, al massimo ha fatto scendere le palle ai nuovi fan, loro malgrado, di Ranieri. Oh, Rocchi ne ha presa una? Facciamo mezza? Zanetti falcia in corsa Lavezzi, niente. Obi ruba la palla più cristallina degli ultimi 4 campionati e si piglia un giallo. Poi lo stesso omonimo di una catena di ferramenta (dotato calcisticamente tanto quanto) caccia una spintarella a Maggio – reo di essere più veloce di lui – ma ha almeno l'accortezza di farlo fuori area; Rocchi ne intuisce la malizia e lo caccia, fischiando comunque il rigore e cambiando la partita. A quel punto, i nerazzurri s'incazzano come biscioni e Rocchi Horror si mette a girandolare il giallo, ammonisce anche la zia di Chivu e, quando tutto sembra sedato – o raso al suolo –, caccia pure l'allenatore affratellato con Mourinho come le zucchine e la ghisa.
Si dirà, e sarà pur vero, che gli arbitri sono umani e sbagliano, esattamente come sbagliano i portieri, i difensori, gli attaccanti, i ragionieri. Ecco, a questo punto mi sorge un gargarismo di seconda impressione: se un attaccante sbaglia, se un difensore o un portiere sbagliano, perfino se il ragionier Fantocci sbaglia... ci rimettono loro, no? Perdono (va be', Fantocci parte perdente e perduto, ma capitemi). Ecco, su questa mia epidermide usurata dal troppo calcio, s'è tracciata la sensazione che, se sbaglia un arbitro, perde qualcun altro. E non mi pare così bello.
Tutti gli altri sport hanno intuito che alle telecamere riesce di testimoniare come i regolamenti non vengano fatti rispettare, così le hanno assunte e adesso le fanno lavorare per la loro credibilità (senza che gli arbitri abbiano messo il broncio). Al calcio questa rivoluzione copernicana non riesce. Del resto, scrivere una regola dev'essere questione ben faticosa. Che c'entra questa divagazione con l'impressione/legge di cui sopra? Semplice: le telecamere corrono più dell'arbitro, quindi vincono.
Sia chiaro, non che me ne freghi qualcosa di una Giustizia del Calcio, ma si smettesse di blaterare di facezie per ore, le orecchie del povero teleutente trovo ne gioverebbero. E forse apprezzerebbero di più – le orecchie e pure gli occhi – i gesti e le gesta, tipo quelli del Napoli.

O della Roma, che sembra aver trovato non dico la quadratura del cerchio, ma almeno quella del quadrato. Ecco, cos'è cambiato rispetto ai primi esperimenti di possesso palla asturiano? Figlioli, non vorrei ripetermi ma... quelli gialli ma anche rossi adesso corrono! Che correre con la palla, pure quando non ce l'hai proprio proprio tu ma uno con la maglietta come la tua, è una faccenda gioiosa, no? È per quello che esiste il gioco! Ti affanni, sudi, la tocchi, lui la tocca un po' pure lui, poi di nuovo tu e, se è l'istante dell'estasi copulativa (o orgiastica, nel caso del gioco corale predicato da Luis Enrique), basta una penetrazione per metterlo dentro. Dico il fòbal.

Insomma, impressioni. La Juve, la Roma, l'Udinese e il Napoli corrono. E godono. A Milano devono essere ancora tutti in ferie, con 'sto caldo di abbracciarsi e festeggiare non c'è voglia, figuriamoci di correre. Così Campioni e Cugini aspettano, come se nemmeno fossero partiti.


giovedì 22 settembre 2011

l'autunno della serie A

Si era d'autunno in un tratto e come d'incanto, un salto di siepe, il calcio, da noia che era d'estate, passò a tramutare in sublime malìa, tessuto d'abbaglio, magia, magia. Me lo ricordo. Era la stagione '78/'79.

Quest'anno, invece, sia detto senza offesa per nessuno – tanto se non siete d'accordo vuol dire che non capite una beata di fòbal o che siete culès blaugrana, quel sorriso beato sul faccino non me la racconta giusta, e quindi non riuscite a non essere felici del mondo pallonaro tutto, in questo particolare frangente storico – quest'anno, si diceva, il calcio italico farà pena perfino ai messi alla gogna, ma tranquilli, solo fino a giugno.

Di veramente memorabile, pure 'sta giornata di mezza settimana, non ci regala poi granché. Se la ricorderanno giusto:
un figlio di Israele che deve aver sacrificato ovini come se piovesse, al suo Dio, se gli ci sono voluti 18secondi18 per spaccare la lastra all'incrocio dei pali dal cortile di casa sua, a Palermo;
e uno che di chi è figlio, nel dubbio, sarà il caso di non chiederlo agli interisti, ed è stato avvistato allontanarsi da Appiano Gentile con gli occhi gonfi – Nebuloni e gli altri cronachisti dicono di pianto, a me mi parevano schiaffoni – e non proseguirà oltre l'opera di affossamento della Beneamala-pazza-inter-amala. A tutti dispiace, in fondo in fondo, per com'è andata. Ma anche peggio potrebbe sempre fare Ranieri, quindi aspettiamo a disperare, hai visto mai ci si diverte ancora un po'?

Negli altri casi e campi, perlopiù, noia a sperpero. Innanzitutto per il Milan, che sarebbe Campione d'Italia ma sarebbe pure un'altra squadra, se giocassero gli infermi: tra i titolari di quest'ora ma un anno fa NON si reggono in piedi lo Svedese Zigano, il Papero in Berlusconi, Robinho va'comel'èbèl, Ambrosini&Gattuso (alzi la mano chi non sapeva già da prima che Ringhio aveva un problema nervoso), Boateng e Pirlo (no, questo no, questo fa il capitano di vascello altrove, ma che non si dica a Galliani che rinnovarlo, quel contratto, magari...). Poco, dite? Vi ho riconosciuto, sapete! Facile parlare, se le maglie son catalogne. Comunque, pare che El Sciaràui Stefano da Luxor non sia del tutto alieno alla cosa pallonara, almeno non quanto lo siano i suoi capelli dalla cosa estetica. E chissà che 'sta epidemia non regali almeno la gioia di un giovane spettacolo.

Il Napoli, bimbi belli, ha già vinto lo scudetto, no? Pure, vale ancora la regola di cui sopra: se in campo ci mandi chi di solito pulisce per terra, niente niente torni a casa col tabellino sporcato da quel tipo che, con il look del camionista che ha mangiato unto in trattoria, insiste nel presentarsi alle partite e pure a dare agli allenatori – impresa ammirevole – ragioni sufficienti per mettere punta uno a nome "Moscardelli". Chi è Mazzarri per intendere, almeno si limiti a non risponderci male.

Nell'attesa di vedere se Luis Enrique ci metterà meno tempo ad accorgersi che Osvaldo non è un attaccante di quanto ne ha impiegato Gasp ad ammettere con se stesso che Pazzini, invece, giocherebbe in qualunque 11, dalla mia Playstation alla finale di Champions, registriamo un pareggio Juventutis.

Il signor Gava di Arbitro ci aveva anche provato a fare un favore a Mirko, facendo finta sia di non vedere che Pirlo (sì, lo skipper di cui sopra) batteva e battezzava con palla in movimento sia di non aver alzato il fischietto a palesare al mondo un «fischio io» immediatamente ri-ingurgitato. Ma Vucinic insisteva parecchio, a furia di lagne e pestaggi toccava cacciarlo dall'erba rasata di fresco, come lo stadio, e il Bologna, per non saper né leggere né scrivere, il pareggio intanto lo inzuccava, poi si vedrà. La Signora si tiene un punto soltanto. E la testa della classe, con Genoa e Udine.

Lassù ci starebbe pure l'Atalanta di Denis la Peste in Carrarmato, ma lì attorno ballano altre vicende e, se proprio non resistete alla curiosità, preferirei faceste una telefonata a Doni, ecco.

martedì 10 maggio 2011

maggio, tempo di milan

E venne maggio. E come ogni anno, si prese la briga di decidere, mese coraggioso.

È uno che spacca in due le stagioni, quelle del meteorologo, e regala il primo sole vero, le prime notti chiare e la luna finalmente all'aperto. Ma si occupa pure delle stagioni sportive e tra tante – guarda un po' – anche di quella calcionara.

«avevo detto che avremmo vinto lo scudetto».
avevi detto «tutto», ma va be'...
Mica sarete stupiti che siano rossonere le sirene che invasero in congruenza temporale le piazze romane e quelle milanesi. Io lo vo vaticinando dall'autunno scorso, dalla prima giornata di vetta, che non poteva durare; che la bolla gonfiata da Ibra era sul punto di esplodere, a momenti; avevo anche intuito che sarebbe stata la Signora torinese ad arrivare a fari spenti a strappare le bottiglie di spumante ai meneghini. Che volete farci, quando uno ha l'occhio lungo... ma poi, avete idea di quanto pallone abbiano visto queste pupille? Ancora vi pare che potrei sbagliarmi con tanta leggerezza?

«Boia, so' bell'è briao... certo se
me lo bevevo era meglio...»
Che il dicastero del pallone italiano risulti presieduto da Massimiliano I il Livornese, diciamolo, non erano in tanti ad aspettarselo, tempo fa. Eppure lui ha agguantato subito le insegne del comando, senza mai scendere la faccetta da sberle e l'espressione a metà tra il divertito e il "m'importa 'na sega". Aveva fatto finta di niente quando il Capo del Paese – prima che delle vicende lavorative di Via Turati – gli metteva una mano inceronata sulla spallina della giacca e ordinava la presenza – fantasmatica – di Ronaldinho nell'attacco dei futuri campioni. Max ha atteso poche settimane per prendere da una parte il Siòr Galliani e tagliargliela sottile sottile, tipo: «Dinho è uno scaldabagno. In spogliatoio mi vien comodo – per carità – ma sul prato è proprio sprecato, mi viene meglio mandarci un aratro tatuato e incosciente, con una voglia di vincere che neanche Valentino Rossi dieci anni fa».

lunedì 25 aprile 2011

serie a, siete poco normali

Sabato pomeriggio, mi chiedo se sia già ora di tirare un pugno all'uovo fondente e mi prendono alle spalle con una giornata di campionato. Che c'è, non vi piace giocare a pasqua?


Niente, tutti di sabato... e mica è l'unica anomalia di giornata, no! Per esempio – tenetevi forte – Robinho l'ha messa. Sì! Davanti al portiere, da solo e con una biglia decisiva, non l'ha sparata alta o appoggiata fuori e nemmeno ha centrato il corpaccione di Arcari. L'ha proprio accomodata al di là della riga gessata. Sarà che giocavano alle 19 (poco normale anche questo)?

Ne esce che il Brescia, fino a un istante prima capace di terrorizzare la capolista e sognare tre punti salvezza, ha cominciato a malincuore a scrivere i saluti alla serie A – il Bari, del resto, aveva iniziato da tempo e adesso ha messo il punto finale sulla cartolina.
E ne esce, soprattutto, che il Milan sta a più otto dalla seconda e ormai ago e filo sono già in mano. Anomalo? A me sembrava impossibile fino a poche settimane fa, vedete voi.

lunedì 18 aprile 2011

diagnosi per la serie A

«Mi sa che c'ho la febbre...»
«Dica "trentatrégiornate". Uhm... Signora mia Beneamata, non mi piace neanche un po' questo rumore che sento all'altezza del cuore, appena sotto lo scudetto. E il termometro dice meno otto, un febbrone.
Mi prende tre pastiglie di Leomicina al giorno, perché 'sta infezione ribelle bisogna che la estirpiamo dallo spogliatoio. Il fiato corto, dice? È normale, sentirà anche le gambe pesanti e faticherà un po' a inquadrare la porta, vero? Eh lo so, sono malanni di fine stagione. Ma non vanno sottovalutati, sennò si rischia di restare senza Coppa l'autunno prossimo. E al siòr Massimo chi glielo spiega, poi? Per carità!
Prego? Le caramelle Mou? Mah, la minestra riscaldata è un po' il rimedio della nonna, ma se le piace... Arrivederci eh, torni se non migliora e lasci perdere gli ospiti tedeschi, per un po'. E niente prosciutto, che il Parma è indigesto! Avanti un altro!»

lunedì 4 aprile 2011

Milan Inter e vicende lì intorno

Ok, del Napoli abbiamo detto. Ma non è che il weekend thriller si esaurisse lì, scherziamo?
Sabato sera, per esempio. Sono lì che addento una lasagna e, nemmeno il tempo di fare complimenti alla crosta e apprezzamenti alla cuoca (e apprezzamenti sui miei complimenti), mi viene offerta una fetta di salame nostrano seguita da una coppa di budino, più in fretta di quanto io avessi potuto sbrigarmela con il primo boccone di ragù e besciamella. Involto come bacon in questo bailamme gastronomico, quasi mi strozzo quando capisco che la voce diffusa dalla tivù appena accesa, dall'altra parte della sala, è concitata perché il derby della Madunina non solo è iniziato ma si fa trovare già incanalato dal Papero con le piume verdeoro.

San Siro era già rossonero per via della casalinga volontà del calendario e aveva approfittato della superiorità numerica per insultare a voce stentorea quel traditore di Leonardo con tanto di scenografia invero nient'affatto memorabile. Ma tutto veniva fatto dimenticare proprio da uno di quei pupilli che il Leo aveva introdotto a Milanello dalla porta principale ma tenendolo sotto la propria ala poliglotta. Pato, uno a zero e il derby può iniziare.

E in un attimo... Cavani

E in un attimo succede di tutto. Tutto quello che sei stato portato a credere per settimane si incrina e hai i tuoi bei problemi a fare i conti con il nuovo orizzonte. Questo campionato ci aveva abituato al tedio fin da settembre, perfino nelle domeniche più decisive aleggiavano delle spire scure e intorpidenti e – come? – proprio ora che Mademoiselle Primavera svela le coltri e solleva gli sbadigli mattutini mi alzate i bpm della Serie A? C'ho il cuore debole, io.
El Matador e il toro
A onor del vero, il primo colpevole di attentato cardiologico era stato il redattore del calendario del weekend: si incontravano Milan e Inter, Napoli e Lazio, Juventus e Roma, Catania e Palermo. Un po' pochino? Chiedetelo a chi stava al San Paolo ieri, con lo stomaco in rivolta prima per la fame e, poi, per lo sconquasso inscenato sul prato. Ci vorrebbe un quotidiano intero solo per il secondo tempo di Napoli contro Lazio, terza contro quinta, Cavani e Lavezzi contro Zarate e Mauri, Mazzarri – il nuovo condottiero – contro Reja – il vecchio eroe della rinascita partenopea. Ora, mi chiedono se ciò che ci ha mostrato il palco che per sempre sarà maradoniano può significare una bomba steroidea di convinzioni che facciano trottare l'Asinello verso lo Scudo. Difficile, davvero, da dire.
Io so per certo che se vi siete persi la gara dell'ora di pranzo siete degli sciagurati e solo Youtube può parzialmente redimere le vostre anime; ma, soprattutto, giurerei che De Laurentiis – col viso fanciullescamente tripudiante di fine partita – stia setacciando mari e terre, un sacco pieno di banconote in spalla, per scovare lo sceneggiatore che ha ideato un siffatto thriller.

giovedì 31 marzo 2011

derby, lo so che sapete come finisce!

Allora allora allora. Se ne vanno dicendo – ma davvero – di tutti i colori.
E prima Leonardo non avrebbe voluto la pausa nazionali, per paura che gli si raffreddi la preda.
E poi De Laurentiis va dal cardinale che gli dice che nel derby è pareggio e il Napoli si scudetta.
E ancora Galliani che spiega che il derby non decide il tricolore (paura eh!).
In tutto questo, ci hanno ripetutamente marciato sui testicoli con la questione Ibrahimovic (per non perdere il vizio il sobrio svedese ha preso a calci pure i compagni di nazionale) che non ci sarà e oggi Boateng ha fatto capire che le ha piene anche lui e che il lungagnone che si distingue per modestia (o era il naso?) non gli mancherà poi molto.
Lasciamoli parlare di Balotelli al Milan – aumenterebbe il tasso di galanteria dello spogliatoio, il giovanotto – e di Sanchez all'Inter.
Noi sondaggiamo!

lunedì 21 marzo 2011

senza gol non vinci, ve l'avevano detto?

«scudetto? ma de 'he»
Dice l'eleganza e lo stile non li insegni. Io, per me, non ne so granché – sia di essi sia della loro trasferibilità – ma mi stupisce sempre come la loro rapidità di dispersione si riveli direttamente proporzionale all'altezza delle fiamme appena sotto il posteriore di chi li esercita. Essendo che l'Inter (e il Napoli ma, per misteriose presunzioni in Via Turati non si sono accorti del mare del golfo che cresce) è ufficialmente a distanza per azzannare, la società va lamentando una disparità di giudizio tra i gesti di Ibra contro il Bari e di Pazzini, ieri, contro l'altra pugliese. La doma tra spalla e braccio è valsa un gol a svantaggio del Lecce, ma mi chiedo se la capolista (Allegri ne è ancora fiero, gli spiegassero che non vale granché, adesso) vagheggi davvero deliri del tipo che:

lunedì 14 marzo 2011

occasioni perse a metà tra la colazione e il pranzo

Durante un brunch – e cosa, vengo a insegnarlo a voi? – c'è quel misto di dolcezza e asprezza, quella morbida commistione di coccola al palato e di stimoli salati che è più o meno lo stesso che metterci un po' di più ad alzarsi dal letto e poi trascinarsi il risveglio parecchio in là nel pomeriggio. È per questo motivo che il brunch si fa di domenica, perché nessuno – a parte il parroco, al limite – si sognerebbe di rimproverarci se impieghiamo ore a diventare operativi e se ci concediamo capricci sonnacchiosi senza pensarci troppo. Ecco, questa faccenda di giocare al pallone al momento del brunch è stata presa con un tantino di aderenza alla lettera in più del dovuto, dal Milan.

Venghino signori veRghino...
Nella stessa girata tra le coperte con cui i rossoneri hanno salutato la Champions, un tempo acquario dove sguazzavano naturalmente, gli stessi sono riusciti nell'impresa di fallire una mazzata che tramortisse il campionato proprio quando ospitavano l'ultima in classifica, il Bari che parla già di "chiudere con dignità".

domenica 13 marzo 2011

brescia, inter, juve e giaccherini

l'Airone!
Quindi quindi... era giovedì mattina (o venerdì? Mi servirebbe un iPad) quando il CorSera mi sfacciava a pagina intera un'intervista a Giampaolo Pazzini. Ah, tra l'altro: in un box basso nella pagina opposta Alberto Costa doveva aver letto le nostre righe recenti, viste le tesi sulla modestia del Milan giocante e sull'atteggiamento societario post radiazione dalla Coppona; bravo Costa che propone delle idee non allineate (direi coraggioso, ma parliamo di pallone e in più lavora al Corriere da che io ricordi, quindi che mi rischia?). Ma si diceva del Pazzo.

Cioè, in realtà era lui a dire: proclami sulle dieci partite da vincere per poi fare i conti con i cugini, e via andare di complimenti ai compagni e felicitazioni indistinte. Però venerdì sera, poi, lui e i complimentati li ho ritrovati a Brescia. E in vantaggio, anche se non era stato il Pazzo a scegliere così ma quell'altro nove che, com'è come non è, son più le volte che lo vedi tirare una palla in porta che quelle che respira.

lunedì 7 marzo 2011

Tutto un calderone: Italia, Spagna e pure Inglaterra

Allora, è successo di tutto e alla fine non è successo quasi niente. A questo giro, mi sa che me ne frego un po' di serie A o Liga o. Facciamo che ci diciamo tutto in faccia una volta per tutte e poi amici come prima:

La vicenda sabatina di Torino direi che l'abbiamo già anche troppo macinata, lasciamo in pace la moribonda Madama. E del fatto che la Roma abbia vinto a Lecce, francamente... Invece mi sembra ben più interessante che ieri – oltre al ritmo da retrocessione della Samp – si sia vista la mano di Leonardo per la prima vera volta. In due mesi ha conquistato lo spogliatoio e la sculacciata al Genoa, che si poteva mettere in conto, è una conferma del suo comando più per come è maturata che per i tre punti. 

Quel bel fìolo di Leonardo
L'Inter ortodossa, quella con due punte e Sneijder, trotterellava, si lasciava prendere un po' in giro dai grifoni e l'argentino ex-Boca Juniors Palacio faceva pure uno. Nello spogliatoio Leo, cui non pare vero di essere sotto in casa (si badi, dico per l'opportunità, mica per la delusione), la mette giù semplice: o dentro una punta, tutti avanti e ne facciamo un sacco e una sporta, oppure si perde, vedete? Ai pretoriani – soprattutto agli argentini, che a farsi fregare da un conterraneo mica si piegano – non può sovvenire obiezione alcuna, l'Inter scende con schieramento brasiliano e ci mette un paio di respiri a ribaltare gli altri undici e la partita. Oddìo, il fatto di avere quel tipo con la maglia numero 9 là davanti, poi, aiuta piuttosto anzichenò, se il gioco è quello in cui vince chi la butta dentro una volta di più.

domenica 6 marzo 2011

Immagini da Juve Milan

Tre delicatissimi che neanche un conte
Mentre la squadra attualmente più deprimente della Serie A, dico la Samp, si fa prendere a schiaffi al Ferraris da un'altra ghenga non esattamente tra quelle che ti stravolgono, dico il Cesena, tornano agli occhi alcuni fotogrammi da ieri sera.
Prima di tutto, c'è un guascone che passeggia per il prato con lo zainetto, nemmeno fosse il picnic di pasquetta: sorride, l'omino (avrà fatto da filtro a un po' di alcol?), mentre gli stewards lo braccano, giacché non è che proprio proprio dovrebbe starsene lì in mezzo. Didascalia: insolente nel solenne minuto silente. 
C'è Cassano che fa uno slalom speciale tra i paletti vestiti di bianco e di nero, magheggiando un trattamento della sfera misterico. Ma il suo sinistro, pigro quasi quanto Chiellini & Co. nel rincorrerlo, vola dalle parti dei Murazzi. E di Cassano la partita non mostra più nulla. Didascalia: Bari vecchia non è Salento e io sì, so' lento, ma lo stesso mica mi pigliate e ora la sparo 'azz... al vento!

martedì 1 marzo 2011

pato nell'88 nemmeno era nato. per dire.


Ok, avete fatto partire il video? Adesso non prendetevela con me, una settimana a tirar per aria paragoni con il 1988 e le sfide tra Milan e Napoli, Gullit e Maradona e compagnia bella, e alla fine era giusto che vi fosse ricordato che questo passava l'88. Gimmi faiv, olràigt e via andare.

I primi quarantacinque minuti della nottata sansirese dovrebbero averci fatto morire in gola tutta quella suggestione di farne una vicenda lunga 23 anni. Di fronte alle glorie di quegli anni, all'epos che solleva solo vederne la grana di un fotogramma, lo scempio del primo tempo di Milan-Napoli 28 febbraio 2011 è una resa, da parte della serie A, del tanto sventolato blasone di "campionato più bello del mondo". Che, peraltro, nei 90s è diventato "ok magari non il più bello ma certamente il più difficile". E adesso non è un bel nulla. Ma anche basta con l'andazzo stile ah i bei tempi andati. Adesso c'è Pato.

lunedì 28 febbraio 2011

attesa anni '80... che maravilla

Mentre tutti si vantano di respirare un’evocazione da fine anni ’80 – storia che vorrebbe Cavani, Ibra e Pato eredi di Maradona, Van Basten e Gullit e già così ce ne sarebbe da intristirsi – e nessuno sembra rendersi conto che è sia parecchio da vecchi sia un discreto marchio di fallimento rimpiangere quell’epoca, da parte della nostra, mentre il ritorno di capelli (e cappelli) improbabili tiene banco, dicevo, non è che le altre stiano ferme a guardare.

Oddìo, tranne la Juve. Ma, del resto, la quota salvezza è raggiunta, i punti sono 41, si può archiviare la stagione, no? Arrivederci Signora, chissà se il prossimo incontro col Diavolo la tirerà fuori dal letto, per intanto sono due scappellotti anche dal Bologna, con tanti saluti (quasi pronti, come le valigie) a Gatto Delneri.

martedì 22 febbraio 2011

ma la notte... altro che serie a


Forse perché nessuno voleva perdersi la mezz’ora di canzoni, nemmeno fossero al caminetto di casa loro, a firma Morandi e Ranieri. Forse per godersi lo spettacolo di Blake Griffin che, oltreoceano, per essere precisi nella città degli angeli, fluttuava sopra il cofano di un’auto, mentre un altro folle gli alzava una palla a spicchi dal tettuccio della stessa, e andava a canestro per vincere la gara delle schiacciate NBA (il tutto mentre un coro gospel sul parquet salmodiava “I believe I can fly”). Forse semplicemente perché il calcio italico ha il suo bell’agio a dimostrarsi meno che catatonico. Fatto sta che le emozioni meno soporifere del weekend le hanno offerte più i casi velenosi e spinosetti che il pallone in sé.

pazzini chi? ecco matri!

Toh, chi si rivede. Una Vecchia Signora, che tutti già avevano salutato come si fa in stazione con la pensionata che sale su un treno per le Cinque Terre liguri e va a curarsi i reumi. E invece la Signora è orgogliosa. Si ricorda che hanno infangato il suo blasone e, soprattutto, si ricorda che quelli lì di fronte, con le strisce nere e le altre azzurre, sono quelli che si fanno chiamare “onesti”. Intendendo, nemmeno troppo velatamente, che l’epiteto opposto vada appiccicato ai cavalieri della Signora. Ha un bel dire, Leonardo, che Calciopoli ormai è vicenda noiosa e sarebbe ora di finirla. Gli inquilini torinesi, i protagonisti della suddetta storia, hanno ancora qualche sassolino da togliersi dagli scarpini, qualcosa della taglia di uno scoglio. E domenica notte hanno pensato bene di rovesciare quel fastidio sul prato dell’Olimpico torinese.

Chi avrebbe scommesso che i delneriani avessero le armi per frenare la rimonta dei Campioni? Ma, al di là dei luoghi comuni sulla palla rotonda e di altre amenità simili, nel pallone vinci se corri e la Juve ha corso di più, ha corso meglio e pure di squadra. Per questo, assistendo alla novantina di minuti più attesa della giornata, la sensazione che un’impresa alquanto inaspettata si stesse materializzando andava facendosi sempre più vivida. Matri confermava di essere un acquisto per davvero con l’1-0 (salvo mangiarsi il comodo raddoppio in fotocopia). L’Inter dava l’impressione di non saper bene cosa combinare, e allora a mali estremi estremi rimedi: palla di Maicon per Leone Eto’o, porta vuota e tutto a posto. Non stavolta. La traversa trema ancora e il segno che doveva finire così è tracciato.

Apprezza piuttosto anzichenò il Naviglio altro, che si bagna di rossonero. Sabato, in vista dello sbarco da Londra del Tottenham – in calendario martedì (avete saputo? torna la Champions!) – i primi della classe avevano maltrattato i giallorossi del prosciutto crudo: Milan - Parma 4-0, centesimo gol per Cassano che ci infila pure due assist degni di Fantantonio e, alla luce della domenica, più tre in classifica dai cugini. Ma non dal Napoli, che continua a correre come Lavezzi. E come Cavani, 24 anni oggi e 20 gol in campionato, pochi? fate voi. È certo che, se la sfida dell’Olimpico di Roma doveva dirci come i giallorossi sarebbero rientrati nel giro tricolore, adesso sappiamo che gli azzurri di Mazzarri resteranno lassù, per Ranieri invece parecchie gatte da pelare, ammesso che gli resti una panchina sotto il sedere.

Detto della vetta, laddove si riaffaccia la Lazio corsara a Brescia (0-2), appena sotto arriva l’Udinese che continua a marciare a ritmi misteriosamente elevati. La squadra più in forma del campionato ne dà 3 al Cesena, non stiamo nemmeno a dire se Di Natale ha segnato anche stavolta. Nella gara del pranzo, il Palermo che vinceva sempre in casa perde tra le mura amiche dalla Fiorentina che non vinceva fuori da un anno, evento tipico di una giornata sorprendente se ce n’è una. Se tra Bari e Genoa finisce senza gol ma non senza noia, il Cagliari strapazza il Chievo e costruisce una classifica notevole assai (35 punti). Catania e Lecce decidevano chi si inguaiava in fondo, e i siculi dicono “tocca a voi” ai giallorossi e peggio per i pugliesi. La Samp partiva a cento all’ora e stroncava il Bologna, così lanciato nelle giornate precedenti, con tre gol in un quarto d’ora.

Ah, le coppe europee vi sono mancate? Signori, preparatevi, il bello della stagione arriva ora.

milan non era fuga, e comunque è finita

Siamo solo all’inizio di febbraio ma certi freddi bilanci vien fatto già di tirarli: l’inverno della piana norditalica non finirà prima del solito come speravamo; tira e molla un governo che governi, al Paese, non si riesce a darglielo; McDonald’s ha già lanciato il panino della nuova stagione; e il Milan non aveva già vinto lo scudetto, anzi, a ben vedere in via Turati farebbero bene a sigillare le finestre perché, se va avanti così, il sorpasso dell’Inter smuoverà un bel po’ d’aria che rischierà di scombinare le carte sul tavolo del Siòr Galliani.

In una settimana ne succedono di cose! Un attimo prima stavamo lì a vedere Allegri che, con tre punti a Catania e l’Inter sotto 2-0, contemplava compiaciuto il pallottoliere ormai rossonero. Non immaginava ancora che quello sarebbe diventato il Pazzo-day ma, soprattutto, che avrebbe sgonfiato le gomme ai suoi. Passando per il doppio palo di Ibra contro la Lazio e la vittoria – senza espulsione di Chivu – dell’Inter a Bari, quando Pato, a metà del primo tempo genoano, infilava facile facile l’uno a zero (stordente capacità di Ibra, col suo assist, di far sembrare facile ciò che è geniale) gli spiriti rossoneri si alleggerivano un poco. Solo per ricadere ancora più rumorosamente quando una carambola al limite dell’incredibile mandava in porta il neo-grifone Floro Flores. Quel che però inchioda i rossoneri davanti a qualunque corte pallonara, evidenziandone anche le inadeguatezze al compito di cucirsi lo scudo sul petto, è il secondo tempo del Marassi: quarantacinque minuti e spiccioli di inutilità più pedante che pedatoria. In soldoni: così i campionati non li vinci.

Togliamo il non che sta un po’ tra i piedi, invece, se guardiamo ai fatti di San Siro, mentre le luci si spengono al termine di una sfida da qualche anno sempre suggestiva: L’Inter ha resistito alle sbandate impostegli dalla brillantezza giallorossa, i suoi supereroi – nelle calzamaglie di Eto’o, Sneijder e Julio Cesar – sono tornati a regime e decidono quando e come stravolgere le partite e il rischio di subire non spaventa più i nerazzurri, semmai li carica. L’impressione, pur con delle evidenti ombre difficilmente indipendenti dai meriti romani, è che i Leonardiani fossero in grado di fare un po’ quel che gli pareva, dell’esito del match, perfino quando concedevano due gol ai dieci rivali residui, illudendoli con l’idea di rimonta.

Mi si perdonerà se le vicende della vetta monopolizzano più attenzioni, del resto altrimenti non potrebbe essere proprio ora che sembra avvicinarsi la resa dei conti al primo posto. Appuntamento al quale il Napoli non ha alcuna intenzione di mancare. Preso per mano da un omino che la mette in porta con una qual certa regolarità, l’asinello azzurro trotta felice a soli tre punti dal Milan; quell’omino si chiama Edinson Cavani, di professione fa il matador e a far piovere rose e passione su di lui è ancora una volta l’arena del San Paolo, mentre lui affossa elegantemente ma senza pietà il Cesena. Così, a mettere un dito ma del piede tra le vicende milanesi c’è anche Mazzarri con la sua banda di scugnizzi.

Le altre: la squadra più in forma della Serie A, di casa al Friuli, strapazza la tramortita Samp (2-0). La Juve completa il tour delle isole riportando almeno tre punti, l’ex Matri non si accontenta di salutare i vecchi compagni, lascia pure due castagne per ricordo. Tra le disperate, il Brescia uccide il Bari. Appena più su, il Bologna dice no al Catania, pari tra Parma e Fiorentina, Palermo di rabbia a Lecce (2-4). La Lazio non vola più (1-1 ospitando il Chievo) e la escludiamo dalla lotta di lassù.

come in un film

Lo guardo e riguardo. Un passo, un altro e su. Che bellezza! Rewind, lo voglio rivedere un’ultima volta. Non scende più e colpisce fatalmente. Ok, rimando indietro di nuovo, questa è l’ultima davvero. Avanti al rallentatore. Il pallone attraversa l’aria con un arco, il baleno ce lo mette un uomo che sembra volare, con la testa trasforma tutto e la rete si gonfia. Nel suo secondo gol, Giampaolo Pazzini, l’acquisto “datemi mezz’ora e vi mostro come si ribalta una partita”, è sostanzialmente immarcabile, e non è un concetto così banale da far digerire a un difensore che ci abbia a che fare.

La cosa sublime dello sport fatto con i piedi riguarda gli eventi che non possiamo fare a meno di interpretare come segni, per prevedere come finirà. Nel calcio, l’andamento di questi eventi travalica spesso l’ispirazione più romanzesca e, per farvi un esempio, vi sfido a trovare uno sceneggiatore che avrebbe scritto una storia migliore di Inter-Palermo. Per la squadra sul tetto del mondo, la partita è un bivio decisivo, ma gli avversari sono ossi duri e, al termine del primo tempo, eccoli avanti di due. C’è un primo segno che non tutto è perduto: il palo di Pastore, il numero uno degli avversari, un secondo prima del riposo. Con la forza della disperazione, al rientro i campioni lanciavano il nuovo arrivato, ovviamente il giovane protagonista del nostro film. In 11 minuti, l’eroe si rivela in tutto il suo splendore: un gol spalle alla porta, partita riaperta, che centravanti.

Il copione potrebbe già snodarsi verso un finale trionfale ma Hollywood sa che lo spettatore mi si addormenta senza colpi di scena. E allora Thiago Motta fa una follia (una prima non fischiata l’aveva commessa nel primo tempo) e offre un rigore ai palermitani. Ovviamente lo calcia Javier Pastore, il semidio rosanero. E, altrettanto ovviamente, il portiere Julio Cesar impedisce il dramma e incarica simbolicamente l’eroe di fare il proprio dovere. E l’eroe vola in cielo, colpisce la sfera nel punto più alto e la fa diventare oro, nel sacco. E poi si procura un rigore che il Re Leone Eto’o accoglie, come un dono del suo cavaliere, 3-2. Che Julio Cesar sia il deus ex machina della vicenda lo conferma il salvataggio ai limiti dell’incredibile su Balzaretti, proprio all’ultimo respiro, ad impedire una malevola correzione di sceneggiatura.

Titoli e inchiostri si sprecano, facendo giocare Pazzo e Inter tra loro. I Leonardiani non perdono di vista il Milan che, la sera prima, aveva dato un’altra spallata alla Serie A strappando tre punti a Catania. Lo strapotere di Ibra e il tarantolato Robinho valevano più dell’espulsione d’esordio di Van Bommel che lasciava dieci maglie in campo per Allegri. Tre punti per i primi della classe, 0-2. E tutto bene pure per i secondi. Il Napoli se ne frega del continuo interrogarsi se i celesti siano oppure no attrezzati per lo scudetto: Lavezzi continua a seminare seme panico su ogni prato e Cavani raccoglie i frutti e li mette in fondo alla sacca. Tre reti del Matador, condite con un filo d’olio da Hamsik, servono la cena al San Paolo, 4-0. Digiuna solo la Samp, troppo orfana dei suoi ex fenomeni. La Lazio sabato aveva superato e inguaiato la Fiorentina (2-0), mentre l’altra sponda del Tevere si scopriva innevata, a Bologna, e dovrà rigiocare.

Tra Cagliari e Bari i secondi sprecano uno dei tanti rigori di giornata e devono rassegnarsi al 2-1 imposto dagli isolani di Donadoni e, soprattutto, all’ultima buca in classifica, sempre più fonda. Ma solo poco di più di quella bresciana, le tre sberle casalinghe subite dal Chievo hanno il sapore di condanna (e il ritorno di Iachini non genera entusiasmi, per ora). Nel Parma gioca Paletta che, però, tra un ingenuo fallo da rigore, un autogol sciagurato e l’assist svirgolato per il terzo gol avversario, riceverà la maglia onoraria genoana (3-1 per i grifoni). Tra Lecce e Cesena scrivete uno a uno con beffa finale dei romagnoli, pareggio nel recupero. E cala la sera.
Soprattutto sulle ambizioni della Juve. A Torino, non basta la meraviglia acrobatica di Marchisio, troppa la qualità friulana e troppe le ferite scoperte della Signora. Sconfitta 1-2, superata proprio dall’Udinese al sesto posto, la casa calcistica prediletta dagli Agnelli ha tanto da ripensare. Ma mercoledì si gioca già di nuovo.