martedì 22 febbraio 2011

champions! (II)

Fine della prima parte, inizio della seconda parte. La Champions League non si ferma per applaudire la rimonta della Roma, il Milan promosso, nemmeno l’invincibile armata al gusto di meringhe e Mou. La Champions ha altri processi da sentenziare già ventiquattr’ore dopo:

Schalke 04 e Lione agli ottavi nel gruppo B, per esempio, con lo Schalke che va in testa strapazzando i francesi – e chi non scommette un doblone che Huntelaar, sempre a segno in Germania, affili un coltello ogni notte aspettando di ritrovare il Milan negli ottavi?

Nel gruppo C, il giudice dice Manchester United e Valencia – ritorno in campo e al gol di Wayne “me-ne-voglio-andare-ah-pagate?-allora resto” Rooney, il Man ancora non ha preso reti in Champions. Più o meno come il Bursaspor (1-6 dai valenciani), che non si può definire squadra di pallone e di gol ne ha portati a casa 15; miracoli offensivi: uno.

Per il Barça c’era un compitino, prima di pensare al Clásico contro il Real: Panathinaikos asfaltato (0-3) e sì, so che ve lo state chiedendo, Messi ha segnato ancora; stavolta al termine di una scena da teatro con 5 interpreti che accompagnano la biglia – partita dai piedi, baciati da Dioniso, della Pulce – a fare un giro, prima di tornarla al legittimo proprietario che la mette a nanna in porta. Qualcosa che rasenta l’erotismo.

Non sono sicuro che ve ne foste accorti, ma l’argomento di giornata, al tribunale con la musichetta suggestiva e i trofei orecchiuti, era “Benitez sì - Benitez no”. Due sconfitte consecutive in campionato, le sberle di Bale subite a Londra e un’infermeria che nemmeno dopo la battaglia di Solferino. Dei brutti presagi, in effetti, la serata di S. Siro – ospite il Twente – li portava in dote e continuava pure a confezionarne, sotto forma di grappoli di occasioni mancate (tra cui una traversa scossa da Sneijder).

Poi, un pallone magnamino si ammantava di destino luminoso e prendeva a rotolare, innocente e goloso, per l’area di rigore degli olandesi che, a loro volta, stavano a guardare come di fronte all’Inevitabile. Questi assumeva anche nome e cognome, Esteban Cambiasso, il cui sinistro senza fronzoli ingrassava la rete e l’orgoglio degli spalti, che esplodevano la loro liberazione dall’angoscia. 1-0 e giusto così, anche se Landzaat piazzava – con l’insolenza pigra e deliziosa con cui avrebbe calciato se fosse stato stravaccato sul divano di casa – un pallone alle spalle di Castellazzi, ma la traversa marcava un pareggio privato e salvava Rafa.

Sì perché, per ora, Massimo Decimo Meridio Moratti ha esposto, di fronte alla folla assetata di sangue e vittorie, un pollice alto. Peraltro, siamo fermamente convinti che l’abitudine del petroliere nerazzurro ad assecondare costantemente i media, nel giochino di far traballare la panca, sia quantomai deleteria per il pacioso tecnico ispanico e per l’Inter tutta; e, a dirla tutta, ricorda molto la Beneamata Sceneggiata dei vecchi tempi, pre-calciopoli.

Sta di fatto che il pallottoliere non mente, l’Inter è agli ottavi come gli odiati cugini. E, come loro, è seconda nel girone, almeno per ora, perché il Tottenham non ha smesso di dare spettacolo e ha steso il Werder Brema come una pezza lavata (3-0). Bale si conferma un marziano del gioco sulla fascia sinistra e, se queste sono le prestazioni, gli uomini di Redknapp meritano il primato che stanno conquistando.

A presto, con i verdetti eliminatori finali e poi la Coppa Campioni andrà a godersi le Feste.

champions!

La Champions League è come un fascio di luce che viene periodicamente ad illuminare le notti di noi malati di fútbol, ricordandoci che, sul tortuoso cammino per la beatitudine, non solo di noie domenicali e autolesionismi catenacciari occorre alimentarsi. A portarci conforto, durante una stagione in cui sembra che i pedatori delle squadre italiane corrano in slow motion, arrivano certi martedì e mercoledì: basta sentire da lontano quella musichetta, che il tifoso prende a sbavare, tipo cane di Pavlov, e lo si vede attratto con aria da zombie dal suo particolare e gustoso cervello, lo schermo in 16:9.

Beh, martedì 23 novembre noi morti viventi ci siamo divertiti, serata raffinata dai gusti variegati e pure due belle vittorie che riscattano l’operato claudicante messo a referto fin qui da Roma e Milan. Si partiva col girone F, a Mosca si giocavano gli ottavi Spartak e Olympique Marsiglia; ci pensava Valbuena a levare la ragnatela dall’incrocio dei pali ed aprire il varco per il 3-0 corsaro. Francesi qualificati, come il Chelsea già primo che, però, aveva perso tre delle ultime quattro in Premier e doveva allestire un assedio pure per rimontare l’ultimissimo ma presuntuoso Zilina, che era in vantaggio a Stamford Bridge. Nel girone H il Partizan Belgrado marca zero punti, questi tre glieli ha strappati in casa lo Shakhtar Donetsk (3-0), salendo brillantemente a dodici. Ma la sorpresa è che, contemporaneamente, a Braga si consumava l’insospettabile e rumoroso tonfo dell’Arsenal, sconfitto 2-0 dai casalinghi e svegliatosi dalla botta a quota 9 in classifica, agganciato in seconda piazza dai portoghesi. Si vedono già i titoli di testa per i patemi dell’ultima serata. Nel girone G, invece, tutto si è risolto e nel modo più logico: Real Madrid primo (14 punti), abbattute le quattro mura dell’Amsterdam Arena con una rete per ciascuna, e Milan secondo (8 punti), i rossoneri blindano la qualificazione a Auxerre.

I Mourinhani continuano a dare l’impressione di muoversi con i pattini, tanto sono veloci, e la loro brillantezza stravolge i Lancieri dell’Ajax, che sognavano di giocarsi tutto a S. Siro e invece dovranno pensare a salvare il terzo posto per l’Europa League. Reti di Benzema, Arbeloa e, sorpresa sorpresa, Cristiano Ronaldo (ne fa due e fa anche un po’ paura per la soave facilità con cui domina il gioco).

In Francia, quelli di Allegri – che nelle ultime settimane si sono scoperti primi in patria – trotterellano per tutto il primo tempo e per un tot nel secondo, alimentando sovente lo sbadiglio. Poi Ibra innesca un’azione con un colpo di tacco, si ritrova la sfera rotolante di fronte a seguito di vicende da flipper, e la prende a calci con una tale violenza che quella si trova scaraventata in volo a spaccare la porta. Uno a zero. Ronaldinho sorride estasiato dalla panchina e, quando salta fuori che c’è spazio anche per lui sull’erba, mette in scena per tutti la semplicità dell’impossibile: dal vertice destro dell’area, un avversario di fronte, il mondo non fa in tempo a chiedersi se lo salterà che lui, con l’aria innocente di chi fa queste cose dormendo, ha già fatto girare la palla di sinistro nell’angolo lontano. Buon per il Diavolo.

Ci siamo serbati il piatto forte per il finale: la Roma, a quota 6, ospitava il già promosso Bayern Monaco; intanto, a Basilea, gli svizzeri diventavano ufficialmente la rivale qualificazione, battendo il Cluj e salendo pure a 6 punti. E, per tutto l’intervallo, siamo stati rassegnati a questa parità in classifica da spezzare solo all’ultimo turno, perché Mario Gomez frustava la difesa giallorossa e ne faceva due. Lupacchiotti in bambola. Ma pur sempre lupacchiotti, ed ecco che bastavano quattro minuti nella ripresa al solito Borriello per far gridare l’Olimpico. L’estasi, tuttavia, si è fatta attendere fino all’ottantesimo: in un crescendo rossiniano, prima Capitan Futuro De Rossi chiudeva un’azione magnifica, poi addirittura il mitologico Francesco Totti faceva tre dal dischetto (fallo sul decisivo Borriello). Si sprecano gli aggettivi omerici per la Roma, cui ora basta un punto.

barça-real, tutto pronto

Dov’eravamo rimasti? Ah, sì. Andavamo salmodiando la solita storia di Real Madrid e Barcellona che dominano la Liga. Be’, indovinate un po’, avevamo ragione. E questa settimana ci troviamo a dover addirittura rincarare la dose, altro che ricrederci. Le Camisetas Blancas e i Blaugrana non si accontentano di spadroneggiare ai vertici della classifica, ma hanno preso a far segnare sui tabellini dei punteggi faraonici (o imbarazzanti, se siete i malcapitati travolti). In questa dodicesima giornata, dopo che la terza e la quarta in classifica (rispettivamente Villarreal e Valencia) pareggiavano tra loro – e soffiavano sul lumicino delle loro velleità di primato –, il Barça era ospite a cena dell’Almeria.

Dovevano avere fame, i campioni in carica, ed è qualcosa che abbiano lasciato almeno l’erba dello stadio; in compenso, il povero Diego Alves sarà uscito col mal di schiena, dopo essersi piegato qualcosa come otto volte nella sua rete per cavarne la sfera. Dopo un’autorete, pasteggiano Messi (3 gol, più di un timbro a partita nel 2010), Iniesta, Pedro e Bojan (2).

Come capita regolarmente, da qualche giornata, i catalani agguantano la vetta e Mourinho se ne ha a male. Così, sguinzaglia i suoi levrieri di bianco abbigliati ed esige che non siano da meno dei rivali. Quelli hanno la tendenza a dar retta al loro condottiero (fedeltà nient’affatto strana, quando si tratta di Mou) e – di fronte all’orgoglio indipendentista dei baschi dell’Athletic – ne scaraventano dentro cinque, e tanti saluti. Allo spettatore abbacinato, restano i cocci degli avversari sparsi qua e là e il rumore degli applausi del Bernabeu. Da vedere e rivedere le giocate di Cristiano Ronaldo. Dal fulgore della sua presunzione, irresistibilmente affascinante, vengono abbagliati gli avversari, che non lo prendono mai, e i tifosi, che gongolano in preda a deliri da visione mentre lui ne fa tre (poteva CR7 essere da meno di Messi?).

Non esattamente malissimo, le due presentazioni delle aspiranti al titolo ad una settimana dallo scontro al vertice. A proposito, non perdetevelo per nulla al mondo, amici fedelissimi, si subisce l’inferno per peccati molto meno gravi. Nell’ordinaria amministrazione del resto della Liga, stavolta puntiamo la lente d’ingrandimento sulla zona Champions: sembra che a giocarsi le briciole lasciate dai due giganti saranno in cinque: le suddette Villarreal e Valencia, con l’intromissione dell’Espanyol, che è salito al quarto posto, e di Atletico Madrid e Siviglia (quota 20 punti). Alla prossima, direttamente dal Camp Nou per Barça-Real.

guida sportiva

Questa domenica, o affezionati, il mio dispaccio vi giunge mentre sono al volante: guidando sotto l’acqua fino a tarda notte riuscirò a rientrare alla patria dimora, dopo due giornate oltre i confini, e la romantica traversata ha i rintocchi sincopati del segnale radio, che se ne va e poi ritorna, e mi dondola tra le scelte di Tutto il Calcio Minuto per Minuto.

Il tredicesimo spettacolo, nel cartellone di A, tornava su questioni lasciate in sospeso sette giorni prima: Benitez, dopo il derby, c’è o ha completamente rotto? Lazio e Napoli sono da Champions? E, soprattutto, il Milan è “vero” o è destinato a sgonfiarsi? Ma già da sabato, la vicenda andava illuminandosi: la Roma doveva confermare se stessa e svolgeva il compito a casa aprendo con un lampo tortuoso di puro talento, a firma Menez, e chiudendo con una prova di forza di Borriello. A corollario, tanta solidità, ma anche un gol negato nel finale, per motivi oscuri, ai friulani.

La sera, ben più nobili conferme si andava cercando: S. Siro era tutta per la capolista. A sfidare la banda Allegri – che aveva appena svaligiato l’Inter National Reserve – era la Fiorentina di Sinisa Mihajlovic. I tre mediani facevano ancora la fortuna del Milan, ma mai quanto Abbiati – almeno due interventi da sudore freddo e, per i viola, da unghie masticate – e Ibrahimovic. Il mago svedese, respirando l’aria rarefatta dei suoi quasi due metri, controllava la biglia e si contorceva attorno ad essa in modo misterioso, rovesciandola in porta proprio un sospiro prima dell’intervallo. Vista fare da lui, sembra una cosuccia, ma vale tre punti. Ed eccomi in auto, ascoltare che a Genova in casacca bianconera è tornato Milos Krasic e, guarda un po’ le coincidenze, quelli di Delneri sanno di nuovo come si fanno tre punti: dopo il comico autogol del portinaio Eduardo, il serbo si impadroniva della fascia destra a mille all’ora e ne usciva il raddoppio. Per il Genoa c’è solo l’infedeltà delle traverse casalinghe, che si oppongono due volte ai missili grifoniani.

Intanto, a Lecce, c’è la Samp. E ci si diverte. Pronti, via, Pazzini fa uno. Poi, di rigore, sempre il Pazzo. Ma il Lecce ha Di Michele, grandioso controllo e non è finita. Il 2-2, infatti, lo fa Diamoutene con una gran testata. Purtroppo per i giallorossi, Pazzini ha scelto la sua giornata e ne fa un altro, tre punti ai genovesi. Tra Cesena e Palermo, c’è il ritorno di Miccoli. È lui il condottiero della vittoria rosanero, aperta dal vantaggio di Ilicic, contestata dal pareggio di Bogdani e decisa dal gioiello del Romario del Salento, 2-1. Il Brescia, ormai, fa sempre così: avanti, e poi si fa rimontare. Nel primo tempo il rigore di Caracciolo, ma il Cagliari ha Matri, che timbra il cartellino ancora. Daniele Conti, da casa sua, chiude la rimonta e così la panchina di Iachini traballa paurosamente.

Il Catania si conferma squadra da mezza classifica e affossa ancor più l’ultima della classe, il Bari. È il difensore Terlizzi, al secondo gol consecutivo, a decidere per i siciliani. La seconda in classifica molla il Milan: i laziali, senza il volo di Olimpia, si perdono a Parma. I ducali, avanti con la testa di Crespo, sono ripresi da Floccari all’ultimo istante del primo tempo. Poi, soprattutto rimpianti per gli uomini di Reja che potevano vincerla. A Verona, notizia ufficiale: l’Inter adesso non c’è, ha perso la testa – quella che Eto’o ha pensato di stampare sul petto di Cesar, rischiando squalifiche – e i gol di Pellissier e Moscardelli la condannano a meno 9 dai cugini lassù. Impresa Chievo e brutta gatta per Benitez.

Cala la notte e la pioggia del S. Paolo è una sferza incessante, ma a fare acqua è la difesa del Bologna, arrivata all’impegno così morbida da dare l’impressione di impegnarsi a concedere reti ai napoletani. El Pocho Lavezzi corre per tre e segnano Maggio, Hamsik (2) e Cavani. Il Napoli è terzo e studia da Champions. Ecco che la radio torna a gracchiare musica discutibile, io vi saluto e mi concentro sulla strada, aspirando a un latte caldo e a un letto.

evviva la maleducazione creativa


Nel giorno delle amichevoli nazionali, cioè di Balotelli che si pavoneggia con il 10 che prima era di Cassano, di Ronaldinho che spera di toccare del cuoio almeno in verdeoro, di Ibra che fa tremare i tifosi rossoneri giurando amore eterno (anche) al Milan, l’uomo del momento è un altro, da un’altra parte.

“È sempre da un’altra parte” dev’essere quello che hanno pensato domenica anche i difensori del Catania, quando cercavano di acchiapparlo e lui intanto ne faceva tre. Javier Pastore è davvero sempre altrove, sfugge sempre a chiunque si aspetti di trovarlo lì, siano spettatori, avversari o, perfino, compagni. Sfugge soprattutto a se stesso, rapidamente in punta di piedi e di fioretto, si impedisce di essere ridotto in definizioni o preso in paragoni: l’inutilità delle insistenze giornalistiche – che si credono suggestive ma suonano soltanto stupite di aver torto – si affanna alla ricerca delle somiglianze con Zidane, con Kakà o chiunque altro abbia fatto stravedere da trequartista. Ma Javier Matías Pastore è soltanto se stesso, e già dire questo è banale eccome, perché enumerare il suo talento appartiene alle imprese cui il linguaggio è estraneo. Eppure, proprio le parole di colui che incarna i resti del più grande genio che il pallone abbia visto, spiegano tutto – perché non vogliono spiegare nulla – del nuovo beniamino rosanero: Diego Armando Maradona, allora commissario tecnico della Selección Argentina, presentò il Verbo a tutto il mondo: “Pastore è un maleducato del calcio”.

El Pibe intendeva che Javier tratta il gioco come se gli appartenesse naturalmente (e in proposito Diego qualcosina ne sa) e quindi non gli tributa riverenze, come se quel viso ancora un po’ infante e quegli occhi sempre sul punto di sorprendersi fossero la fonte, e non solo i testimoni, della magia del fútbol. Lo chiamano El flaco, il magro. Una piccolezza che fa molto dell’aura incantevole di Pastore e rende irresistibile, per noi innamorati, quel suo silenzioso mettersi le partite sulle spalle, che diresti sempre sul punto di frantumarsi e che, invece, scopri essere sostenute da un’inspiegabile enormità. Un pozzo creativo che dà le vertigini se solo si pensa di scrutarne il fondo, e dal quale Javier continua a cavare i suoi personali conigli dal cilindro, in forma di assistenze di tacco, tunnel, dribbling in accelerazione e tiri dalla delicata violenza. Spacca le partite, Pastore, regala balsamo per gli occhi e comincerete a desiderarne ancora e ancora, non importa se diventerà veleno per la vostra squadra.

A fronte di questa poesia, del suo narrarci di gesta calcistiche ancora possibili e di uomini ancora al di sopra del quotidiano ordine pallonaro, l’interrogativo mediatico dominante (oltre a quello, stucchevole, della somiglianza) è diventato: “dove giocherà Pastore, la prossima stagione?”. Sarà pure scontato, poiché sistematico, che grandi talenti e club ricchi si incontrino, ma parlare di Javier Pastore potrebbe essere un’occasione per lustrarsi gli occhi e mostrare anche a chi non condivide (o è ancora giovane per farlo) cosa ci sia di tanto attraente nello spettacolo degli uomini che tirano pedate a una sfera.

Sproloquiare di chi ha i soldi per assumere El flaco, o di quale portafogli a lui piacerebbe fosse fonte del suo stipendio, diagnostica una certa miopia del piacere, un po’ come mettersi a pensare alla pratica da sbrigare la mattina seguente in ufficio mentre si è fuori a cena con una donna meravigliosa. Godiamocelo fino in fondo, è il regalo più inatteso e prezioso che il campionato potesse farci

clàsico, meno 2

Si rischia di diventare ripetitivi, se si sottolinea ulteriormente che la Liga è affare per due compratori soltanto. Del resto, Barça e Real non fanno proprio nulla per smentirci, semmai l’esatto contrario. I catalani, già sabato sera, tagliavano i ponti tra le due fuggitive e il resto del gruppo, affondando l’unica sfidante ancora in corsa, il Villarreal di Giuseppe Rossi. I gialli, rei di essersi presentati con fare spavaldo al Camp Nou di Barcellona, venivano portati a scuola di calcio da un signorino niente male di cui non so se avete già sentito parlare: si chiama Leo Messi e il suo primo gol, l’altra sera, è qualcosa di dolorosamente delizioso. Prima di lui, ad aprire le danze, era stato David Villa. El Guaje chiudeva un’azione in tre passaggi da mostrare ai ragazzini perché capiscano il bello del pallone. Un secondo dopo che il guardalinee aveva proibito inspiegabilmente a un gol di Pedro di essere iscritto come valido (per il 2-0), il Villarreal pareggiava con Nilmar. Nel secondo tempo, Messi indossava l’abito delle grandi occasioni, 3-1 e grazie tante. Tra le altre, Athletic Bilbao e Atletico Madrid consolidavano la posizione tranquilla in classifica con due belle vittorie. Siviglia e Valencia vincevano anch’esse, proponendosi per un posto nella prossima Champions League.

Nella sfida tra disperate, il Malaga batteva il Levante, ma l’ultima della classe è ancora e sempre il Real Zaragoza, sette miseri punti. Sorprendente la neopromossa Hercules che, a quota 12, sembra poter puntare a una salvezza tranquilla. E veniamo al Real. In settimana, guarda un po’, s’era parlato di Mourinho e della sua verve non facilissima da contenere, diciamo così.

Stavolta la questione aveva radici: il Real doveva affrontare lo Sporting Gijon. Quando questi affrontarono, perdendo, il Barcellona, Mourinho insinuò che avessero volontariamente schierato le seconde linee per favorire i blaugrana e spiegò che, con tali atteggiamenti remissivi, vincere il campionato per il Real non sarebbe stato semplice. Antipatico? Se chiedete al tecnico dello Sporting, Manolo Rebolledo Preciado, non userà termini così morbidi. Come non li ha usati giorni fa, in conferenza stampa, quando ha caricato l’ambiente e i suoi uomini raccontando a tutti quanto Mourinho sia un pessimo elemento. Tutti in campo, fischio d’inizio, e quelli di Preciado dei bei grattacapi alla capolista li danno, eccome. Ma a otto minuti dal termine, quando sembra che non sia serata e che Juan Pablo, portiere del Gijon, possa parare anche i sassi, proprio a lui sfugge un’imperfezione su tiro di Benzema e Higuain è un lampo a scrivere uno sul tabellino. Tre punti per le merengues e niente di nuovo sotto il sole spagnolo. Sale l’attesa per lo scontro al vertice, tra due giornate.

brodino caldo di serie a

Sabato pomeriggio. Me ne sto lì, con una coperta di pile rinvenuta in un armadio, ha ancora addosso l’aroma di sconfitta per il weekend che sto per perdere. L’umidità ha preso alloggio nelle stanze cadenti che un tempo erano state le mie ossa, e posso sentire il delicato salire le scale della temperatura corporea. E voi vi presentate al mio capezzale, anziché con uno squallido ma regolare brodino di pollo, con una giornata di campionato calda fumante. Penso: “Mi si prende per il didietro? Credete non abbia visto abbastanza, quest’anno, per sapere che la Serie A può solo aggravare il mio stato?”.

Mi guardate brutto, e giù di cucchiaio. Toh, non sembra tanto male ‘sto intruglio. Il primo sorso è così così, sento la fatica di trascinarsi dal fondo della classifica fino a Firenze. Per lo sforzo, il Cesena non ha potuto contenere Gilardino, pure lui una bella cura per i viola: 1-0. Ma già al secondo giro, il sapore migliora: stadio Olimpico di Torino, Juve-Roma. E via di incroci tra ex, Aquilani che non dorme una settimana per l’emozione di andar contro la Lupa – suo l’assist per la girata di Iaquinta, uno a zero – e Ranieri che promette vendetta da mesi per il trattamento riservatogli dalla Signora. Quel gusto un po’ retrò è il rigore di Totti. 1-1, ma bell’incontro. Domenica a pranzo, ancora stadio Olimpico, ma di Roma: ecco l’aquila, spiega le ali e raduna le truppe, la Lazio torna a correre. Più di tutti, corre Zarate, frustato in settimana da Reja. Mauro ne fa uno più un assist, il Napoli non sa più come prenderlo e finisce 2-0, con i biancocelesti ancora lassù per qualche ora. Alle 15, il gusto si fa variegato, arrivano tante spezie tutte insieme.

Mi avevate detto che il derby era di sera, invece ecco Palermo e Catania darsele di santa ragione e promettere l’anima a diversi dei, pur di superarsi. Diventa una delle partite migliori dell’anno. Purtroppo per gli altri, in rosanero c’è il prediletto del divino, Javier Pastore: l’artista chef ne prepara tre, di testa di destro e di sinistro, primo secondo e dessert. E i punti sono in ghiaccio (3-1). Tra Bari e Parma domina il gusto timoroso della Serie B, spezzato dall’urlo gialloblù per il destro volante di Candreva; successo per il Ducato, pugliesi boccheggianti con 8 punti. Le cucchiaiate un po’ scarse di sale, per carità, ci sono: Bologna e Brescia non raccontano granché, se non una girata di Di Vaio che aveva deciso che questa sfida salvezza non era cosa da lombardi; 1-0 non memorabile. Sempre meglio delle brutte scene del Ferraris dove, ospitando il Chievo, il protagonista per la Samp è Cassano. Che è a casa. Infatti, a furia di ricordarlo, passano 90’ e non succede nulla, 0-0.

A Cagliari sono i padroni di casa a fare la partita, così all’ultimo respiro i rossoblù segnano e vincono. Ah, no, gli altri rossoblù: i grifoni genoani, che reggono dietro e trovano tre punti corsari sulla testa di Ranocchia. Tra Udinese e Lecce (4-0) si vedono un’altra tripletta, made in Totò Di Natale, e una partita a senso unico; quello che non si vede è la difesa del Lecce, ammesso che ne abbia iscritta una al campionato (22 reti subite finora).

Quando si fa sera, il ricostituente mi ha tirato in piedi, do il beneplacito perché si accendano le luci di San Siro e mi trovo Diavolo e Serpentone che si fissano storto: mi volto un istante e c’è già Ibrahimovic, ma la maglia stavolta è diversa, che fa comparire dal cilindro se stesso con la palla in area. Per punizione, Materazzi tenta di azzopparlo, e già al 5’ Ibracadabra scrive il risultato finale, dal dischetto. Il resto è storia vibrante, tanta corsa e tante botte. La sciagurata espulsione di Abate porta ad erigere un fortino, che resiste fiero e senza troppi patemi. Milan meritatamente in vetta, Inter a meno 6, Moratti arrabbiato con Benitez e i rossoneri tutti Allegri (passatemi il brutto gioco di parole, sono ancora convalescente).