martedì 22 febbraio 2011

reti piene e casse vuote

Proviamo, in una delle ultime occhiate prenatalizie alla terra spagnola del fùtbol, un gioco diverso dal solito: diamo un’occhiata alla classifica, sì, ma quella di chi riempie il sacco più spesso. E facciamolo in senso ascendente: dopo 15 partite, a quota 6 reti c’è Diego Forlan, il talento uruguagio dell’Atletico Madrid (23 punti e zona Europa League per i colchoneros); accanto a lui, le punte di due squadre in lotta salvezza, Calcedo (del Levante) e Valdez (Hercules Alicante). Un gradino in più, e troviamo già dei talenti difficili da descrivere senza sbiadire per l’incanto: 7 perle per Sergio Agüero e Gonzalo Higuain, entrambi argentini, entrambi accasati a Madrid, ma il primo è dell’Atletico e il secondo è alla corte di Mou.

8 volte hanno gridato i tifosi per le opere di Giuseppe Rossi e David Trezeguet: il primo sta a Villarreal, sabato ha perso dal Getafe e saluta definitivamente la coppia di testa; l’altro si sta levando qualche sassolino bianconero dalla scarpa e dimostra che non aveva ancora smesso di fare il proprio mestiere. Saliamo ancora un passo e troviamo un altro giallo di Villarreal, il Nilmar per cui tante voci di mercato si erano sprecate in casa nostra. Accanto a lui, c’è il primo blaugrana: David Villa, campione del mondo in Sudafrica e due sberle di queste nove le ha date al Real Madrid. La sorpresa, ma nemmeno tanto se siete avvezzi alle vicende della Liga, è Fernando Llorente; icona basca se ce n’è una, bandiera dell’Athletic Bilbao, segna 10 volte finora e pochi onorano come lui la maglia che indossano. A quota 11… no, un momento, c’è qualcosa che non va. Improvvisamente, tra il secondo e il primo posto, non ci basta sommare uno, ma dobbiamo mettere una scala a pioli: in cima, troviamo due ragazzi così diversi da sembrare una coppia da commedia. Lionel Messi e Cristiano Ronaldo vanno a braccetto con 17 gol segnati in 15 gare. Che è come dire che, se affronti Barça o Real, devi mettere in conto che loro segneranno almeno un gol. Sarà un caso se sono queste due a spaccare la classifica e giocare un campionato a parte, fatto apposta per i marziani?

Ancora una volta, Mou e Guardiola mandano in campo due eserciti che spargono il sale sugli avversari e portano a casa tre punti. Il Real passa 3-1 a Zaragoza, gli altri stampano un altro 5-0, questo in faccia alla Real Sociedad. Tutto come da copione e niente di nuovo sul fronte transpirenaico.

Anzi, a ben vedere, una cosetta c’è: la dirigenza del Barcellona ha siglato un nuovo accordo per lo sponsor sulle divise. Dice: e allora? Niente, se non fosse che i blaugrana hanno 111 anni di vita e non avevano mai affittato prima i loro pettorali. Solo da poche stagioni ospitavano il logo dell’Unicef e non solo non ricevevano un quattrino ma addirittura pagavano il privilegio 1,5 milioni di euro l’anno. Dalla prossima stagione, invece, questa roccaforte storica cadrà e, accanto al simbolo umanitario, comparirà quello della Qatar Foundation. Ente umanitario anche quest’ultimo, ma felice di sborsare 150 milioni di euro in 5 anni. Giocherai pure il calcio migliore del mondo, ma la crisi è la crisi…

chissenefrega dell'anti-milan

Per la serie: “Quesiti stucchevoli”, vi presentiamo la stagione 2010-2011 del fortunato sceneggiato “Chi è l’anti-x?”. Dopo le edizioni trionfali degli anni scorsi, quando vi abbiamo ripetutamente e instancabilmente chiesto “Chi è l’anti-Inter?”, quest’anno novità rutilanti e febbrile attesa per la vicenda completamente nuova che non potrà che sorprendervi con la sua originalità: “Chi è l’anti-Milan?”. Dite la verità, non ve l’aspettavate! Eravate già pronti a ingollare patatine fino a maggio sentendovi interrogare: “Benitez è come Mourinho?” o, se andava bene: “Ronaldinho, Pato, Ibra, Robinho, Van Basten, Rivera, Sivori e Michael Jordan possono giocare insieme?”.

Perdonatemi la polemica lavorativa del lunedì, ma non vedo come disquisire a dicembre su chi possa salvarci dal Milan, nemmeno fosse il diavolo, sia un argomento interessante al punto da essere praticamente l’unico trattato dai media, con dovizia di interviste a tema ai calciatori. Quelli rossoneri: “Il campionato è lungo, dobbiamo pensare a fare il maggior numero di punti”. Dài, credevo che essendo in testa ve ne spettassero un tot di diritto. Quelli delle inseguitrici: “Il campionato è lungo, il Milan fa una corsa a sé, noi dobbiamo fare la nostra e a maggio vedremo”. Alta televisione, vi dico!

A dirla proprio tutta, me la prendo così perché non è che la sedicesima di A ci abbia regalato poi molto di memorabile: con l’Inter al caldo di Abu Dhabi, e il pacioso Rafa sia in pericolo che tentato di non tornare proprio, sabato pomeriggio il Palermo sommergeva il Parma al Barbera. Gli esportatori di prosciutto crudo andavano in vantaggio, come spesso gli capita, poi il buio e 3-1. Contemporaneamente, la Fiorentina aveva capito, per stessa ammissione di Mihajlovic, che al Friuli si potesse fare a meno di giocare a pallone; d’altro avviso l’Udinese, che difendeva il campo con un 2-1 figlio di un missile che Armero sparava da casa sua (correte su youtube se ve lo siete perso). Il Napoli agganciava il secondo posto (sarà l’anti-Milan?) con una vittoria d’acciaio al Marassi sponda Genoa.

All’ora di pranzo, il Bologna chiariva per lo meno di non essere l’anti-Milan, a meno che quello della banda Malesani non sia un gigantesco bluff. Comunque, tre a niente per i rossoneri, come contro il Brescia e, non a caso, firme fotocopiate: Boateng, Robinho, Ibra. Allegri ha indubbiamente trovato il bandolo della matassa, tutto sta a capire se il meccanismo può incepparsi (sì, sto insinuando che il Milan sia l’anti-Milan!). Grossa rivoluzione in coda alla classifica, il Brescia batte in casa la Sampdoria (1-0) e il Lecce supera 3-2 il Chievo; fino a quota 20, mi sento di candidarle tutte alla lotta salvezza, anche se il Cagliari (3 gol di Nené al Catania) sembra di un’altra pasta. La Roma supera il Bari, il gol di Juan è in fuorigioco e, nel post-partita, quello nervoso è Ranieri invece del derubato Ventura. Caratteri.

Dulcis in fundo, le due anti-Milan si scontravano all’Olimpico di Torino. Signori, brutta partita se ce n’è mai stata una e mi rendo conto di attirarmi le antipatie bianconere; la Juve la vince all’ultimo respiro e, per quanto le frasi retoriche dopo il fischio finale mi facciano ronzare le orecchie, devo ammettere che questi risultati miracolosi indirizzano le stagioni. Succede che Reja, in emergenza, deve mettere un terzino destro, il povero Cavanda, a sinistra, su Milos Krasic. Succede che, a cinque secondi dallo scadere del recupero, gli ospiti sentivano già l’acqua calda della doccia sulla pelle e s’erano messi anzitempo un punto in tasca (Zarate aveva replicato a Chiellini, sul tabellino). Succede che la Venere di Milos si fa un’ultima galoppata con la palla e, dal gesso sul fondo, dà una scarpata con l’esterno, disperata ricerca di un estremo assist. Succede, infine, che Muslera non respinge ma preferisce schiacciare in porta come un martello pallavolistico. 2-1, Juve a meno sei con Lazio e Napoli, ma la sensazione di aver molto di più da dire di queste altre due. Anti-Milan? Fate un po’ voi…

coerenza italia; tutte seconde. ma almeno la roma c’è

Ciao ciao Champions League. Grazie di tutto, arrivederci a dopo il disgelo. Terminate le sei (doppie) giornate, i verdetti sono definitivi e inappellabili. Le ultime sfide non stravolgono le classifiche dei gironi, così allo spettatore impoltronito non gira la testa e allo scommettitore affamato non scoppia il cuore (ma continuerà a mordere lo stomaco).

Nel girone A, martedì sera, restava da definire una formalità tutto sommato decisiva: i campioni in carica, che smezzano l’affitto di San Siro, andavano a Brema per battere un Werder ormai fuori da tutto. In palio, nell’ordine: il primo posto del girone, la gara della fiducia prima del Mondiale per Club, l’autorità di Benitez e – non ultima – la faccia. Perso tutto. Tre a zero, segna pure quell’Arnautovic voluto fortemente e praticamente mai impiegato a suo tempo dall’Inter. Il primato in classifica era accessibile, perché il Tottenham si fermava 3-3 con il Twente, ma invece niente. Al Mondiale, dire soltanto che l’Inter ci arriva con le ruote sgonfie è davvero voler tenere bassi i toni. Benitez, poveraccio, viene reiteratamente esautorato dal suo presidente, resta seduto lì ma non sembra più quello del fatto. Quanto al perdere la faccia, era stato proprio Moratti a esorcizzare con forza altre “figure del cavolo”: esorcismo vagamente imperfetto e Massimo si sente “tradito” dalla sua Beneamata.

Il girone B, invece, la sorpresa l’aveva regalata alla quinta giornata, quando lo Schalke aveva oltrepassato il Lione. In questa volata con arrivo a Benfica, bravi i tedeschi a confermarsi e a chiudere il girone in testa, francesi secondi, Europa League ai rossi di Lisbona. Nel girone C, udite udite, il Bursaspor porta a casa un punto! Lo strappa ai Rangers di Glasgow (1-1), ormai sicuri dell’Europa League. Stesso punteggio tra le due promosse, prima il Manchester United e poi il Valencia. Il Barça, parliamo del gruppo D, se non stupisce non gode: per battere il Rubin Kazan vanno in campo sette ragazzini del vivaio, trattano tutti la palla come Don Giovanni le donne e hanno negli occhi le imprese dei titolari, ad ispirarli. Anni di soddisfazioni attendono i tifosi blaugrana. Si qualifica anche il sorprendente Copenhagen.

La Roma, grazie al bel gol di Marco Borriello – e nonostante il pareggio subito nel finale – trova il punto che le serviva, contro il Cluj, e passa il turno alle spalle del Bayern che, peraltro, aveva affossato gli inseguitori dei giallorossi, gli svizzeri di Basilea (3-0). A Marsiglia, perde ancora il Chelsea di Carletto Ancelotti. I Blues passano comunque come primi – proprio i francesi secondi – ma qualche incantesimo andrà inventato, dalle parti di Stamford Bridge, dopo aver perso male anche il primato in Premier. Passeggiando sui resti dell’Auxerre (4-0), nel girone G, i Bianchi di Mourinho sono i meglio classificati della Champions (16 punti su 18); per il Milan, basta la metà dei punti, ma l’ultima rappresentazione a San Siro non è tanto carina: lo 0-2 dall’Ajax, che si garantisce l’Europa League, è un viatico poco incoraggiante per il campionato, oltre che un’altra bocciatura per Ronaldinho, quasi irritante nei suoi novanta minuti. Se toccava offrire al pubblico infreddolito un simile spettacolo, tanto valeva imitare Guardiola e regalare un’emozione ai ragazzini della Primavera.

Per chiudere la carrellata, l’Arsenal non aveva ancora chiuso i conti, ma stende il Partizan di Belgrado (3-1) e via, per gli ottavi ci sono anche quelli di Wenger (però in testa c’è lo Shakhtar, 15 punti). Mentre spolveriamo le palle per l’albero di Natale, mettiamo in soffitta il pallone stellato della Champions; lo useremo di nuovo solo dal termine di febbraio e una lacrima, all’esteta calcionaro, gli scende. Ultima appendice: se volete sapere quale, tra le prime della classe, toccherà in sorte a Inter, Milan e Roma, venerdì a Nyon si tratterà anche lì di palle: conterranno i nomi delle future avversarie europee.

barça in carrozza, la nonna di mourinho e altri fatti da liga

Ci eravamo lasciati con una questioncina da poco, l’ultima volta che avevamo varcato i Pirenei per dare un’occhiata alle vicende ispaniche: il Barça di Guardiola aveva fatto la storia stampando un 5-0 in faccia ai Reali, e tanti saluti alla famiglia. Un modo niente male di prendersi la testa della classifica, ma poi c’è da mantenerla.

Se c’è qualcuno tra voi onorabili lettori, perlopiù milanese, che aveva pensato di approfittare del ponte dell’otto dicembre per farsi un giro in Spagna, costui sarà certamente al corrente che laggiù gli scioperi stanno tenendo a terra gli aerei. Sembrerà strano, ma questo è il genere di cose che può dar noia anche alla squadra migliore del mondo: atterrare a Pamplona sabato era impossibile, ecco perché i blaugrana avevano chiesto il rinvio del match con l’Osasuna. La lega in un primo momento acconsente, poi salta fuori che nessuno ha avvertito i padroni di casa, che si risentono un tantino e ci terrebbero a giocare cascasse il mondo.

E allora quelli di Guardiola si arrabattano, trolley al seguito, per inseguire il primo treno e farsela su binari. Scesi, per fortuna in orario, arrivano di corsa allo stadio, dimostrano il loro turbamento vincendo solo per tre a zero e, nemmeno il tempo di una pizza al taglio in stazione, c’è da saltare in carrozza per l’ultimo diretto della sera. Storie meravigliose. Intanto, a Madrid, tutti ancora con la faccia un po’ scura – salvo Mourinho che, parlando alla stampa, si autoappunta al petto fantomatiche medaglie e va citando sua nonna (non scherzo) – ma Cristiano Ronaldo non ha bisogno di essere allegro per farne due al Valencia, la stessa squadra che un mese fa si inebriava con l’aria rarefatta di lassù e adesso sdrucciola al quinto posto.

Tra le altre, sempre bene il Villarreal, terzo e in zona Champions, che viene a capo dell’insidioso Siviglia grazie al talento Nilmar. La seconda squadra di Barcellona, di cui tendenzialmente nessuno si accorge – nemmeno a Barcellona – è l’Espanyol e la sua risalita in classifica comincia a non sembrare più un caso. Tanto quanto non sembra casuale il rendimento scarso dell’Atletico Madrid, ben più blasonata squadra della capitale. I primi sono a quota 28, saldamente quarti, gli altri perdono male dal Levante e restano a 20 punti. Riassumendo: per la zona Champions, a parte le due compagini di marziani là in cima, ci sono Villarreal ed Espanyol, con i possibili rientri di Valencia e Real Sociedad. Le altre navigano con mare tranquillo, giù giù fino a Real Zaragoza (9 punti), Almeria e Sporting Gijon (entrambe a 10), le cui situazioni sembrano seriamente inguaiate.

inter, ferie anticipate

Questo lungo weekend, passato a rincorrere una palla inzaccherata tra i radi e congelati fili d’erba, scava una vistosa impronta nel fango, un lascito che ci permette di trarre alcune considerazioni sulla classifica di Serie A, in chiave scudetto. Lo facciamo anche approfittando dell’ultima giornata in cui i campioni in carica dell’Inter avranno giocato lo stesso numero di partite delle rivali: i Benitez-Boys sono in partenza per Dubai che, oltre ad essere un discreto paradiso dorato – specie se confrontato con la Milano d’inverno –, ospiterà il Mondiale per Club; salteranno un incontro che non sarà recuperato prima della fine di gennaio.

Per la verità, qualcuno deve aver spiegato male la sistemazione del calendario ai nerazzurri che venerdì sera erano ospiti della Lazio ma non per una cordiale cena di buon auspicio: il marziale volo di Olimpia avrebbe dovuto metterli sull’attenti, invece Sneijder e soci non si svegliavano nemmeno quando presi a schiaffoni da Maurito Zarate – mezza follia, peraltro, farlo marcare dall’esordiente Felice Natalino, onomastica conferma che Benitez aveva capito si venisse a Roma per scambiarsi gli auguri. 3-1 e primato per gli aquilotti ormai cresciuti: le loro ambizioni sono da titolo e, soprattutto se Lotito a gennaio sospenderà le versioni di latino per scendere al mercato, credo lo dimostreranno fino a primavera inoltrata.

Il Milan, agganciato in quota elevata, entrava col muso cattivo nel salone da ballo di San Siro, dove il Brescia candidato alla B si era presentato con quel po’ di anticipo tipicamente reverenziale. Rientrato Pirlo – ex di lusso della gara – Allegri ha dimostrato che la squadra adesso è davvero ai suoi ordini e, accanto all’immalinconito Dinho, s’è accomodato pure Seedorf. Dentro Boateng, una montagna di muscoli che ci mette tre minuti a segnare, su regalo di un altro non piccolissimo, Ibrahimovic. Il secondo scambio di doni lo inaugura la difesa del Brescia, Robinho in cambio offre il 2-0. A Ibra i regali non servono, prende la biglia e la scaraventa dentro con un’autorità imbarazzante (e dolorosa per la porta). 3-0 in mezz’ora, di nuovo più 3 sulla Lazio, ma soprattutto dieci alti gradini da Inter e Roma (con l’intrusione della Samp che vince sul Bari). La macchina gira e gira senza intoppi, del resto i punti che i rossoneri faranno da qui alla riapertura primaverile della Champions League saranno tremendamente decisivi. A confermarlo sono il risultato di domenica sera e la classifica che ne scaturisce: la Juventus passa di forza a Catania e si mantiene in linea di galleggiamento a meno 6.

I bianconeri si sono sbarazzati, senza troppa dignità ma anche senza patemi reali, dell’impegno di Europa League che era diventato una zanzara molesta. Adesso la Signora ha il vantaggio che dall’inizio hanno i laziali, giocheranno soltanto le partite di campionato e godranno della fatica e dello stress che il palcoscenico europeo farà pagare alle altre. Siamo quasi certi che la Juventus non fallirà almeno le prime tre posizioni ma, se proprio occorre puntare un euro sullo champagne di maggio, io non mi stupirei di sentire saltare sugheri dalle parti di Torino.

La Roma, al contrario, appare francamente troppo discontinua per riuscire a ricucire completamente lo strappo di inizio stagione, opinione non figlia, peraltro, dell’esperienza di Verona col Chievo. Su un terreno che non ha nulla a che fare col pallone, a Roma si torna non soltanto con un punto ma anche con un bel cesto di patate novelle. La bellezza di tutti questi verdetti – bellezza per me, s’intende, che posso già mettere le mani avanti e smarcarmi – è la loro totale e quasi certa potenzialità di essere completamente smentiti, del resto i campionati si festeggiano col sole caldo e, potrei sbagliarmi, ma la mia finestra mi suggerisce che è presto.

la manita!!!

Dice Mourinho, se perdi nettamente e senza appello, è facile da commentare e ancor più da digerire. Lo spiegasse a Sergio Ramos e compagnia calciante. Il Digestivo Catalani è un amaro calice per i Blancos che, dopo novanta minuti in cui dire che non l’hanno vista mai è un gigantesco eufemismo, hanno bisogno di prendere a pedate qualcosa, meglio, qualcuno. Nella fattispecie, quei folletti in maglia blaugrana che da questa notte, da questo Clásico, escono consacrati ad eroi immortali per i centomila accorsi al Camp Nou e per tutti noi televisionari che, sgranando gli occhi, abbiamo controllato più volte che non stessimo vedendo un match alla Playstation.

Pep Guardiola, il catalano zen, aveva sorvolato per l’ennesima volta sulle lame affilate infilategli sotto i piedi dal linguacciuto Mou e le polemiche pre-partita del portoghese, al solito sobrio e modesto (aveva ringraziato Dio di non essere nato umile, credo che ora Guardiola stia ringraziando le sue divinità predilette per non averlo fatto nascere Mourinho) erano rimaste sterili. Come si dice in questi casi, versando abbondantemente dall’oliera della retorica, Pep ha preferito rispondere sul campo. E dal primo all’ultimo minuto i suoi ragazzi – quasi tutti cresciuti con questa maglia e quasi tutti campioni del mondo – hanno scherzato quelli in bianco, hanno nascosto la palla imponendole evoluzioni impossibili da esprimere a parole, hanno fatto chinare Casillas cinque volte per raccogliere il contenuto della rete. Un’umiliazione, per il Real mai battuto quest’anno, che sono i madrileni stessi a controfirmare, finendo con una caccia all’uomo violenta.

Per quel che vale, il sottoscritto mai aveva visto nulla del genere e – a riprova del fatto che la sua incompetenza è notevole – si ascriveva anch’egli al club di chi si aspettava un Real favorito dalle motivazioni, dopo aver perso quattro volte di fila dal Barça. E invece. Invece i blaugrana non hanno limiti, tessono trame ineffabili e sono una delizia per lo sguardo, che si sforza di trattenere il più possibile di ciò che vede per rendere il sogno immortale. Per fortuna, però, non è un sogno. Barcellona-Real Madrid 5-0 è una realtà transeunte ma che si fa opera indimenticabile, sotto gli scalpelli delicati e spietati di Xavi, Pedrito, David Villa e del giovanissimo Jeffren, a loro volta magistralmente diretti da Iniesta e coronati dal miracolo Messi.
Se non avete assistito a questo supremo manifestarsi dell’essenza pallonara primordiale, non saranno queste righe o altre a ripagarvi e fareste bene a maledire qualunque altro impegno vi abbia proibito l’evento. Barça-Real doveva essere il massimo, i secondi contro i primi, Messi contro Ronaldo, Guardiola contro Mourinho: se qualcosa abbiamo da concludere, è che ora non esiste squadra al mondo che possa impedire ai catalani, qualora lo decidessero e giocassero al meglio, di sommergerla. E il loro primato nella Liga, adesso, sembra solo la logica conseguenza dello spettacolo mirabolante che ci hanno regalato e che con la logica, grazie al cielo, ha poco a che fare.

il freddo congela la classifica, ma all'inter hanno la stufetta

Probabilmente voialtri, nobili affezionati, già ve n’eravate accorti: l’inverno è arrivato, ha bussato con un mesetto di anticipo sul calendario (solare) e ha cominciato subito a creare guai al calendario (della Serie A). Personalmente, ho trovato l’inchiostro congelato nel calamaio, così ho dovuto rassegnarmi a scrivervi con le nuove tecnologie, ma battere sui tasti è arduo e passo più tempo a fregarmi le mani per non farle intirizzire. L’ho imparato vedendolo fare praticamente a chiunque, sui campi dell’ultima giornata.

Il weekend iniziava col botto, la capolista campeggiava al Marassi di Genova. Ma non sapeva farne terra da saccheggio, complice l’opposizione – un po’ tenera, ma efficace – dei pretoriani in maglia blucerchiata. Robinho, riscopertosi animaletto concreto e non solo foca ammaestrata, faceva il diavolo a quattro e – nel giorno in cui Ibra si sentiva più dispensatore di regali che realizzatore – segnava pure un bel gol proprio dialogando con lo stregone svedese. Come sta accadendo spesso, però, Allegri non è solo il tecnico rossonero, ma pure aggettivo adatto ai suoi ragazzi, quando stanno in vantaggio: gigioneggianti, non chiudono le partite e concedono in difesa. Ne approfitta un certo Pazzini e fa pari e patta – ne hai un bell’agio a montare un assedio finale, ormai è tardi per tornare a Milano con tre punti. La sera, invece, la Vecchia Signora apriva le porte della sua villa torinese, per ospitare gli odiati fiorentini. Partita che supera ampiamente il limite del brutto, la decidono l’autorete di Motta e il pareggio, a sette minuti dal termine, di Pepe: niente di memorabile, se non che, sulla punizione dell’ex udinese, uno juventino pensava bene di posare una mano sulle parti nobili del portiere viola Boruc che, preso alla sprovvista, saltava male e lasciava che la sfera si infilasse.

Domenica molti italiani andavano in gita sotto la neve, per esempio a Bologna la sfida con il Chievo è saltata e tra Brescia e Genoa sono stati novanta minuti di tonnara e scivoloni, nessun gol e ben poco a che vedere con lo sport di cui indegnamente stiamo parlando. Mentre ci stavamo sedendo per pranzare con i parenti, l’Inter maturava un 5-2 casalingo contro il Parma. Partita strana dal risultato bugiardo, stando che gli ospiti andavano in vantaggio, subivano due gol sfortunati, centravano due legni e avevano ben il diritto di imprecare e scoraggiarsi. I nerazzurri, però, sono bravi e intensi in un periodo non facile, mettono in fienile tre punti preziosi e la festa è condita dalla tripletta di Stankovic. Abbiamo la sensazione che la Benitez band sia stata l’unica, tra le belle del campionato, ad accorgersi che la prima della classe aveva frenato. Oltre alla Juve, infatti, pareggia pure la Lazio, mentre Napoli e Roma escono addirittura sconfitte e mazziate, rispettivamente dal Friuli di Udine e dalla nottata di Palermo.

Per i secondi in classifica, contro il Catania, non basta il volo di Olimpia e tantomeno il gran gol da lontano del profeta Hernanes. Il Napoli avrà gli incubi a strisce bianche e nere, a furia di rincorrere inutilmente quelli di Guidolin e, più di tutti, Di Natale – ancora una tripletta in carriera e il secondo gol fa urlare ogni volta che lo si rivede. Per la Roma c’è da fare i conti con lo sforzo della rimonta sul Bayern e sono conti pesanti: l’oste, al ristorante Barbera di Palermo, è Fabrizio Miccoli – suo l’uno a zero – e il tabellone marca, al ventesimo della ripresa, un impietoso 3-0 per i rosanero. Totti ci mette solo un’inutile pezza nel finale. Oltre al pareggio tra le disperate Cesena e Bari, infine, vorrei regalare un meritato spazio a un ragazzino che – come il citato Pazzini – non dà mai l’impressione di essere lì per caso, quando c’è da mettere in porta una palla: Matri, nella vittoria del Cagliari sul Lecce (3-2), infila altre due perle nella personale collana (già 8 reti quest’anno) e fa intendere perché in Via Turati vorrebbero portarlo a Milanello già a gennaio.