mercoledì 9 novembre 2011

uno, due, tiè!

Uno...



... due...


... e il gran finale!

lunedì 24 ottobre 2011

why always me?


Mariolone bello, non è che tutti ce l'hanno con te, vedi? Il fatto è che sei come un film di Chaplin! Tutti ci andavano al cinema, certo, sperando che i contenuti fossero riflessivi, commoventi, critici, profondi... ma soprattutto erano certi di pisciarsi dal ridere! E con te è uguale, uno l'occhio nei cazzi tuoi ce lo butta sempre – perdonami la battuta da caserma proto-razzista – perché sono belli voluminosi, ingombri di interesse e poi non ti dico le risate! E prima sfasci la Ferrari, poi vai a spasso con il boss, ogni due per tre ti sgamano con la velina, come ti giri litighi con un passante, cammini per Milano e spari ad altezza d'uomo, capita pure che sorridi beato con la maglia della squadra rivale di quella che ti paga, mettici su che non è esattamente che le mandi a dire agli allenatori... se ti metti a scherzare con il fuoco, in casa, solo per farti due risate tra amici e finisce che i pompieri devono intervenire prima che venga giù il quartiere, capisci bene che ti guardiamo con un sorriso?
Non è malizia, certamente non ci stiamo accanendo, ti dirò di più: la verità è che delle gioconde cazzate che combini tu, almeno una, la vorremmo poter imbastire noialtri, per una volta. E tutta 'sta invidia la mettiamo a tacere col godimento di veder godere te, ecco tutto. Non te la prendere, suvvia, capisco la tua maglietta polemica [se ne volete una, ovviamente ora è in vendita, tipo qui], ma alla fine dei conti noi che ti rompiamo le scatole siamo gli stessi che guardano incantati te e la tua cresta intimarci il silenzio, dopo che avete aperto le danze sul cadavere in pectore del ManU – e pure all'Old Trafford – con un gioiello di bellezza che trancia le par.

6-1. Seiauno!!! E no, non scriverò gioco-partita-incontro né contribuirò alla diffusione di altre amenità logoro-tennistiche. Mi inchino, piuttosto, al genio titolatore della BBC che racconta di aver visto 90 minuti di Six and the City.
L'amico della Regina, ma tirate le somme più amico del vino ai pranzi regali, Sir Alex mastica cinquecento cicche – non potendo fumarle – e quando finisce il dramma si guarda attorno più rosso del solito e ci sussurra, mentre se ne rende conto, di aver patito la sconfitta peggiore da che sta al mondo, che è più o meno lo stesso che dire da quando sta sulla panca dei Devils.
Tentare di immaginare come si sia sentito e continui a percepirsi ora il tifoso citizen è roba per esclusivi eletti altrettanto cittadini: trascorri l'intera vita a odiare i cugini che vincono e stravincono e intanto a chiederti nel buio della tua cameretta – senza mai confessarlo nemmeno a tua madre – perché nelle tue vene da operaio del nord non scorra pure sangue red, che certo non saresti così fascinosamente genuino ma almeno sapresti cosa vuol dire nella tua lingua to win; poi un giorno arriva la globalizzazione, vestita da sceicco arabo, e riempie anche le mura del tuo stadio (e non solo e sempre quelle dell'altro) di soldi color petrolio ma non per questo meno buoni, anzi, e tu fai buon viso a cattivo gioco; quando diventa buono pure il gioco, perché, a forza di comprare campioni e dar loro allenatori, una squadra vera la costruisci anche, già non ti sembra vero di trovarti in testa alla classifica; se poi respingi l'assalto dei soliti rossi, schiantandoli in questa maniera e pure nelle loro stanze, beh, vuoi vedere che il godimento del Six è anche meglio di quello della versione originale?

mercoledì 5 ottobre 2011

domande che uno proprio non può non farsi...

Ero lì che mi dilettavo con l'abaco, per capire com'è che nemmeno la somma di entrambe le classifiche milanesi si avvicini poi tanto alla vetta della serie, e – non avendo adempiuto affatto alla questione – ben altri intriganti questionari approfittavano della mente girovaga per intromettersi in luce.

Stando che, ovviamente, nemmeno per quelli incappai in risposta, li sottoporrei alla di Voi.

Mi sapreste dire perché...


  • ... non sopporto il capelluto indolente che (non) gioca nella Fiorentina, ma mi trovo costretto a gridare a pieni polmoni: «IO STO CON MONTOLIVO!» dopo aver sentito il suo parere su Nocerino e il Camp Nou?
  • ... se l'Inter perdeva con l'uomo in meno, Mourinho faceva le sue piazzate, tipo la simulazione plateale di un ammanettamento, e insultava la quaterna facendosi cacciare, e d'un tratto lo stadio pareva un saloon e i suoi uomini diventavano verdi e ribaltavano partita e avversari mentre ora, che quella parte la recita Ranieri, i nerazzurri si guardano smarriti chiedendosi: «perché quel vecchio sbraita?» ed entrano in campo ancora più molli di prima?
  • ... già che parliamo dello specialone, il Corriere di oggi 5 ottobre titola così?


Il dito, squalificano? E come fanno? Lo trattengono in tribuna mentre Mou va in panca? O sta direttamente in hotel e se la vede in tv?

  • ... a ottobre fa ancora 'sto caldo che perfino Ibra si stanca di trascinare il naso per i campi del pallone, che non è più bello come una volta, poveretto?
Bòn, se mi saprete rispondere, ve ne sarò.
Ossequi.

lunedì 3 ottobre 2011

impressioni per forza di corsa

Dice uno scopre il calcio. Succede in quel modo che, quella volta – la primissima – che posa l'occhio sulle 22 coppie di gambe incrociantisi, quel brulichio variopinto di colori in campo verde gli gusta non poco e in un amen, al massimo in una settimana, eccolo che ci ricasca a posare l'occhio sul fòbal e bum, ce lo siamo giocati, sarà schiavo del cuoio per tutta la vita ma più ancora per il cuore.

Ecco, a quell'ex-poppante lì, vuoi perché alla foggia da spettatore ha coniugato alla bell'e meglio quella da protagonista (al massimo nel praticello dietro casa, facciamo a capirci), vuoi perché comunque il primo dei due ruoli l'ha portato in scena quelle cinque/seicento volte, alcune impressioni del meraviglioso gioco del sono rimaste volenti o dolenti marchiate sulla pelle. Quindi, attraverso le impressioni di cui, vi andrò a spiegare il perché e il percome della sesta giornata di A, che poi è la quinta e bòn, tocca abituarcisi.

La prima orma sulla pelle inscritta dalla palla da calci racconta di una legge che, più la leggo e più me ne convinco, tenderà a permanere immutata per le future generazioni di bimbi con la cresta e i piedi incantati. Codesta legge e l'impressione che la canta ci costringono a partire in retromarcia, nel narrar le gesta calcio-italiche di appena iniziato ottobre: Juventus Stadium, sì? Domenica sera, chiara la scena? Silenzio, recito l'adagio (non perché non sia scontato come gli abiti estivi a luglio ma perché, dedotto lo sconto, a qualcuno dei protagonisti non pare affatto così lampante): «Al giuoco del calcio, se non corri non vinci». Corollario alla definizione: «Come detto, ma anche difficilmente pareggi, più spesso Bonera ci fa una figura magra anzichenò». Adesso potremmo star qui a blaterare che:

  • La Juventus è matura, affamata, umile, rinnovata, atletica;
  • Il Milan ha troppi infortunati e andrà giudicato solo dopo la sosta;
  • È l'anno della Juve: ci ha lo Stadio nuovo di zecca, ci ha Conte che – chissà chi l'ha deciso – è un predestinato, ci ha la simpatia di quelli tutti belli ripuliti perché – poveri – gli è toccata la seriebì e lo scudetto del 2006 insomma proprio non glielo vogliono ridare, ci ha questo, ci ha quello.
A me quel che rimane addosso si riassume nella sensazione che, da qualche anno, contro il Milan, basta correre un tantino, che poi a quelli il culo gli si abbassa tanto quanto a Seedorf. Ah, no, pure un'altra cosa. Se quando ti giri verso lo schermo le immagini ti sorprendono con un 21 che, prima di realizzare che la trasmissione non è in bianco e nero, ci metti i tuoi bravi cinque secondi, benvenuto nel club dei nostalgici; smettila pure di pizzicarti, tanto quello è proprio Pirlo e non è un incubo.

Il pomeriggio domenicale mi ha annoiato, ha fatto gol Giovinco, di più non so. C'era pure la Ventura a Sky in Campo, vi pare che si potesse sopportarre la diretta?

Il sabato sera mi sa che non ha annoiato nessuno, al massimo ha fatto scendere le palle ai nuovi fan, loro malgrado, di Ranieri. Oh, Rocchi ne ha presa una? Facciamo mezza? Zanetti falcia in corsa Lavezzi, niente. Obi ruba la palla più cristallina degli ultimi 4 campionati e si piglia un giallo. Poi lo stesso omonimo di una catena di ferramenta (dotato calcisticamente tanto quanto) caccia una spintarella a Maggio – reo di essere più veloce di lui – ma ha almeno l'accortezza di farlo fuori area; Rocchi ne intuisce la malizia e lo caccia, fischiando comunque il rigore e cambiando la partita. A quel punto, i nerazzurri s'incazzano come biscioni e Rocchi Horror si mette a girandolare il giallo, ammonisce anche la zia di Chivu e, quando tutto sembra sedato – o raso al suolo –, caccia pure l'allenatore affratellato con Mourinho come le zucchine e la ghisa.
Si dirà, e sarà pur vero, che gli arbitri sono umani e sbagliano, esattamente come sbagliano i portieri, i difensori, gli attaccanti, i ragionieri. Ecco, a questo punto mi sorge un gargarismo di seconda impressione: se un attaccante sbaglia, se un difensore o un portiere sbagliano, perfino se il ragionier Fantocci sbaglia... ci rimettono loro, no? Perdono (va be', Fantocci parte perdente e perduto, ma capitemi). Ecco, su questa mia epidermide usurata dal troppo calcio, s'è tracciata la sensazione che, se sbaglia un arbitro, perde qualcun altro. E non mi pare così bello.
Tutti gli altri sport hanno intuito che alle telecamere riesce di testimoniare come i regolamenti non vengano fatti rispettare, così le hanno assunte e adesso le fanno lavorare per la loro credibilità (senza che gli arbitri abbiano messo il broncio). Al calcio questa rivoluzione copernicana non riesce. Del resto, scrivere una regola dev'essere questione ben faticosa. Che c'entra questa divagazione con l'impressione/legge di cui sopra? Semplice: le telecamere corrono più dell'arbitro, quindi vincono.
Sia chiaro, non che me ne freghi qualcosa di una Giustizia del Calcio, ma si smettesse di blaterare di facezie per ore, le orecchie del povero teleutente trovo ne gioverebbero. E forse apprezzerebbero di più – le orecchie e pure gli occhi – i gesti e le gesta, tipo quelli del Napoli.

O della Roma, che sembra aver trovato non dico la quadratura del cerchio, ma almeno quella del quadrato. Ecco, cos'è cambiato rispetto ai primi esperimenti di possesso palla asturiano? Figlioli, non vorrei ripetermi ma... quelli gialli ma anche rossi adesso corrono! Che correre con la palla, pure quando non ce l'hai proprio proprio tu ma uno con la maglietta come la tua, è una faccenda gioiosa, no? È per quello che esiste il gioco! Ti affanni, sudi, la tocchi, lui la tocca un po' pure lui, poi di nuovo tu e, se è l'istante dell'estasi copulativa (o orgiastica, nel caso del gioco corale predicato da Luis Enrique), basta una penetrazione per metterlo dentro. Dico il fòbal.

Insomma, impressioni. La Juve, la Roma, l'Udinese e il Napoli corrono. E godono. A Milano devono essere ancora tutti in ferie, con 'sto caldo di abbracciarsi e festeggiare non c'è voglia, figuriamoci di correre. Così Campioni e Cugini aspettano, come se nemmeno fossero partiti.


giovedì 22 settembre 2011

l'autunno della serie A

Si era d'autunno in un tratto e come d'incanto, un salto di siepe, il calcio, da noia che era d'estate, passò a tramutare in sublime malìa, tessuto d'abbaglio, magia, magia. Me lo ricordo. Era la stagione '78/'79.

Quest'anno, invece, sia detto senza offesa per nessuno – tanto se non siete d'accordo vuol dire che non capite una beata di fòbal o che siete culès blaugrana, quel sorriso beato sul faccino non me la racconta giusta, e quindi non riuscite a non essere felici del mondo pallonaro tutto, in questo particolare frangente storico – quest'anno, si diceva, il calcio italico farà pena perfino ai messi alla gogna, ma tranquilli, solo fino a giugno.

Di veramente memorabile, pure 'sta giornata di mezza settimana, non ci regala poi granché. Se la ricorderanno giusto:
un figlio di Israele che deve aver sacrificato ovini come se piovesse, al suo Dio, se gli ci sono voluti 18secondi18 per spaccare la lastra all'incrocio dei pali dal cortile di casa sua, a Palermo;
e uno che di chi è figlio, nel dubbio, sarà il caso di non chiederlo agli interisti, ed è stato avvistato allontanarsi da Appiano Gentile con gli occhi gonfi – Nebuloni e gli altri cronachisti dicono di pianto, a me mi parevano schiaffoni – e non proseguirà oltre l'opera di affossamento della Beneamala-pazza-inter-amala. A tutti dispiace, in fondo in fondo, per com'è andata. Ma anche peggio potrebbe sempre fare Ranieri, quindi aspettiamo a disperare, hai visto mai ci si diverte ancora un po'?

Negli altri casi e campi, perlopiù, noia a sperpero. Innanzitutto per il Milan, che sarebbe Campione d'Italia ma sarebbe pure un'altra squadra, se giocassero gli infermi: tra i titolari di quest'ora ma un anno fa NON si reggono in piedi lo Svedese Zigano, il Papero in Berlusconi, Robinho va'comel'èbèl, Ambrosini&Gattuso (alzi la mano chi non sapeva già da prima che Ringhio aveva un problema nervoso), Boateng e Pirlo (no, questo no, questo fa il capitano di vascello altrove, ma che non si dica a Galliani che rinnovarlo, quel contratto, magari...). Poco, dite? Vi ho riconosciuto, sapete! Facile parlare, se le maglie son catalogne. Comunque, pare che El Sciaràui Stefano da Luxor non sia del tutto alieno alla cosa pallonara, almeno non quanto lo siano i suoi capelli dalla cosa estetica. E chissà che 'sta epidemia non regali almeno la gioia di un giovane spettacolo.

Il Napoli, bimbi belli, ha già vinto lo scudetto, no? Pure, vale ancora la regola di cui sopra: se in campo ci mandi chi di solito pulisce per terra, niente niente torni a casa col tabellino sporcato da quel tipo che, con il look del camionista che ha mangiato unto in trattoria, insiste nel presentarsi alle partite e pure a dare agli allenatori – impresa ammirevole – ragioni sufficienti per mettere punta uno a nome "Moscardelli". Chi è Mazzarri per intendere, almeno si limiti a non risponderci male.

Nell'attesa di vedere se Luis Enrique ci metterà meno tempo ad accorgersi che Osvaldo non è un attaccante di quanto ne ha impiegato Gasp ad ammettere con se stesso che Pazzini, invece, giocherebbe in qualunque 11, dalla mia Playstation alla finale di Champions, registriamo un pareggio Juventutis.

Il signor Gava di Arbitro ci aveva anche provato a fare un favore a Mirko, facendo finta sia di non vedere che Pirlo (sì, lo skipper di cui sopra) batteva e battezzava con palla in movimento sia di non aver alzato il fischietto a palesare al mondo un «fischio io» immediatamente ri-ingurgitato. Ma Vucinic insisteva parecchio, a furia di lagne e pestaggi toccava cacciarlo dall'erba rasata di fresco, come lo stadio, e il Bologna, per non saper né leggere né scrivere, il pareggio intanto lo inzuccava, poi si vedrà. La Signora si tiene un punto soltanto. E la testa della classe, con Genoa e Udine.

Lassù ci starebbe pure l'Atalanta di Denis la Peste in Carrarmato, ma lì attorno ballano altre vicende e, se proprio non resistete alla curiosità, preferirei faceste una telefonata a Doni, ecco.

mercoledì 21 settembre 2011

el niño! bella sòla!

Ok, ok... l'Inter è una mezza tragedia e tutto quanto... ma fidatevi, poteva andare peggio! Tipo? Guardate qua dove sono finite alcune decine di milioni di sterline...


giovedì 15 settembre 2011

Perdere la Treb...AHAHAH, no, non ce la faccio!

Momento momento momento! Fermi tutti! Trebisonda? Sul serio? No, dico: la squadra dalle righe verticali accoppiate – in spregio a qualunque stilista – in nero e blu, quella tanto ambiziosa da divenire comica per le sue disdette, non era sepolta sotto le vittorie mancinian-mourinhiane? Moratti non era divenuto il presidente trionfale, il viandante spendaccione ripagato di tutti i sacrifici?

Sarò io, ma ben mi ricordo quando, ogniqualvolta si osava immaginare una Débâcle ignominiosa e fantozziana, l'Inter andava anche oltre le aspettative appollaiate e consegnava i suoi tifosi al ludibrio milanista/juventino. Ma poi era venuta Calciopoli, poi gli Onesti, poi la Champions... tutto alle spalle. O no? Perché, davvero davvero, permettere al giornalista, che non credeva lecito sperare in tanta grazia, di titolare «L'Inter perde la Trebisonda» è cosetta che lascia senza fiato, per quanto assomiglia a una sceneggiatura tragicomica: tutto il resto – la Disputatio Gasperinis, la Roma che si farà il prossimo weekend a Milano, le tre sconfitte su tre uscite stagionali – passa in magari fosse secondo, magari fosse terzo, direi che passa all'attico.
Trebisonda! Ecco dov'era!

mercoledì 14 settembre 2011

torna la coppa orecchiuta, torniamo noi!

La Champions! Se conoscete un modo migliore per riappacificarvi con il pallone che vi strattona giù dalla sdraio, tornando a pretendere la poppata stagionale, vi pregherei di tenervelo comunque per voi.

La Coppa dei Campioni è un'altra cosa. Cos'è che lega un'appiccicosa serata nella provincia padana a una noche brava sulle Ramblas catalane? È il mercoledì martedì di Coppa, signora mia, ha letto il menu? Barça - Milan: trionfo di fenomeni in salsa tiqui-taca, su un letto di verdura Camp Nou. Il miglior piatto d'entrata di Chef Platini, siamo Chez Uefa, mica bruscoli.

«Chi si imbranda la figlia del Boss? Schiappe!»
Nemmeno il tempo per Nocerino di sbiancare di fronte alla platea dei Culès e alla vista di Xavi e Iniesta, che un tipetto che da papero si è trasformato in falco, con tanto di sguardo arrogante e petto gonfio, si teletrasporta in compagnia della biglia davanti a Valdes. Mentre questi e Busquets si chiedono spaesati dove siano rimasti quei trenta metri che Pato sembra non aver dovuto correre, il giovanotto che ha deciso, per non complicarsela, di farsela con il capo (del club) che è pure la figlia del Capo (del Paese), la soffia dentro e bòn, bimbi belli, il Milan è avanti a Barcellona.

Ora, tutte le fiumane di verbo e inchiostro delle settimane, che dico, dei mesi precedenti, su quanto il Barça sia la squadra più forte di sempre, sul progetto perfetto venuto da così lontano che Messi e compagnia cantante erano bimbi, sulla squadra imbattibile – concetto che prevede già l'intrigante caccia a chi sappia smentirlo –, potevano asciugarsi in quei 24 secondi serviti a una maglia bianca per fare uno? Dubitiamo. Più di noi, dubitano gli undici dipinti di blaugrana. E comincia la loro recita.

Passaggi, tocchi, ancora passaggi. E se vi sembra che la cosa sia pesante e viziata, perdonatemi, non sono qui per convincervi, ma restiamo due bestie diverse. Quella trama diventa ridondante senza mai perdere di leggerezza, di estasi, di tendenza all'altrove. E noi poveri mortali, che di questa cosa che chiamiamo Pallone per semplificarla cominciamo a pensare di non averci mai capito un'acca, non possiamo che ripetere, tipo mantra: «Non sbagliano una volta». E non sbagliano. Anzi, alzano il livello del gesto, come per dimostrarti che non conoscono il significato di difficile, lasciamo perdere quello di rischioso. Il Milan? Corre, lingua per terra, mangia la polvere, prima ci prova timidamente, poi recede da ogni belligeranza. In una parola: fatica.

Il primo tempo, se hai segnato dopo una manciata di istanti, sembra non dover finire mai. Deve aver pensato questo il povero Abate quando, sulla corda da una buona mezz'ora, non ha avuto la prontezza di spingere in corner il cuoio nell'unico tiepido attimo in cui la Pulce, indaffarata in uno Slalom Speciale tra Nesta e Van Bommel, gliel'avrebbe concesso. Impietoso, trascorso quel lampo di tempo, Lionello è riapparso in scena e ha recapitato uno "spingimi dentro" troppo erotico perché Pedrito si tirasse indietro. Pari all'intervallo.

Villa: la punizione. In ginocchio sui ceci.
Si ricomincia, tutto come prima, com'è come non è, fallo al limite, Villa riesce là dove Messi aveva solo scheggiato il palo. La palla si fionda nel sacco direttamente, fate 2-1 per i casalinghi. E il Milan, seppur sotto, continua a remare. Il Barça, seppur avanti, non arretra di un metro. Anzi, per la verità... ora che il terzo grido non si leva e manca solo un quarto d'ora, i ritmi pazzeschi, dionisiaci, furiosi del palleggio dei Guardiola's vanno un po' scemando. È una differenza impercettibile, sia chiaro, e non sufficiente perché agli altri sia consentito smontare le barricate e controffendere, ma tant'è.

Nella dimostrazione di superiorità del calcio blaugrana su quello italico e non, sono gli stessi dèi che rifiutano il castigliano a sfoggiare qualche striatura, che sembra già un'eresia chiamare difetto, sulla superficie della loro filosofia perfetta. La traccia simbolica di tale ineffabilità deve averla lasciata proprio Messi – quello del palo e dell'assist – a forza di picchiare sul prato: un'orma violenta, figlia della frustrazione per aver concesso a Nesta un recupero prodigioso dopo essersi procurato un'occasione che per Messi – e solo per lui – era un gol fatto. E così, anche per le divinità le regole universali del cosmo pallonaro sembrano valere, almeno in fugaci e intermittenti tratti: linee di forza che sfuggono al loro controllo per insegnare anche alla loro insolenza che, se non chiudi le partite, facile facile non le vinci nemmeno; linee che si concretizzano in un corner al novantaduesimo, nella schiena inarcata e superbamente immune alla gravità di Thiago, nella rete che si gonfia.

«Sono atterrato!!! Mi mancava l'aria...»
Due a testa. Sorpresa? Fortuna? Ingiustizia? Quello che vi pare, o fedeli, ad alcuni piace chiamarlo solo calcio, a me: Coppa dei Campioni. Conoscete un modo migliore per riappacificarvi con il pallone?

mercoledì 15 giugno 2011

king james? si inchini, c'è il tedesco

LeBron è un giovanottone che – semmai fosse possibile incontrare qualcuno ancora non al corrente della sua grandezza – tiene addirittura due maiuscole nell’onomastico, giusto per mettere le cose in chiaro fin dalle presentazioni. Le immagini in movimento delle sue schiacciate surfano tutte le reti e i media fin da quando era uno scolaretto (per modo di dire, era un marcantonio con la carta d’identità che diceva pubertà) e, quando è atterrato nel mondo degli alieni della pallacanestro, a nessuno è sembrato un sacrilegio che il 23 di sua maestà Michael Jeffrey Jordan gli coprisse – a malapena – le spalle.

Da allora LeBron Raymone James ha trasvolato da Cleveland a Miami, quella stessa 23 è stata data alle fiamme in piazza dai tifosi traditi, il Prescelto ha vestito la canotta degli Heat e, in quel preciso istante, l’inchiostro è piovuto sulle testate di ogni giornale gridando che, entrato a formare i Big Three (Wade, Bosh e il Nostro), LBJ non poteva non mettersi il primo anello al dito, dopo sette anni. Avrete già capito, sagaci, che la Storia non può che avere un inciampo. E con tanto di nome e cognome, e pure nazionalità: Dirk Nowitzki, from Germany. Ora, agli americani non sono mai andati a genio i tedeschi, ma questo spilungone qui, laggiù nel profondo Texas, lo adorano.
Nella città che conosciamo per JR, c’è una squadra che la palla a spicchi sa come trattarla anzichenò e che si fa condurre dal biondo teutonico. Costui è bianco e non nero, le sue pallide braccia non appaiono come la montagna di muscoli tatuata che è LeBron, il mondo intero non si inchina a lui come al Messia James, eppure. Quel trofeo dorato per cui questi mostri strapagati schiantano canestri e articolazioni per tutta la vita, l’ha alzato Dirk. A forza di canestri, infilati da qualunque angolo del parquet, saltando con quella gamba destra che avverte chiunque di stare alle larghe e le braccia geometricamente posate. Un concetto, questo, estraneo a Miami, così il basket non poteva accasarsi lì.
Per LeBron ci sarà ancora tempo, dopo tutto Air 23 vinse la prima volta a 28 anni. Per Dirk c’è la gloria, l’anello del Nibelungo, Dallas ai piedi.

giovedì 9 giugno 2011

Miami Heat. Le mie perplessità


Perché sono i più forti, perché forse sono i più forti ogni ecpoca, perché giocano male, perché non c'è un sistema che io ricordi che renda soltanto da una parte del campo, perché Lebron James quest'estate ha messo su quella pupazzata imbarazzante, perché sono troppo forti, perché, come cantava 2pac Shakur, hanno tutti gli occhi addosso, perché fan gia versare un Nilo d'inchiostro, perché son troppo forti... Non so perché, ma parlare degli Heat, se uno segue la palla a spicchi, è inevitabile.


Comincio a vedere gara 2 tra Miami e Dallas all’ora in cui gli inglesi bevono il te e finisco all’ora in cui iniziano i film col bollino rosso in seconda serata, con il telecomando in mano e un febbrile e tarantolato REWIND. Non credo ai miei occhi. Ho appena assistito ad una partita di una serie finale di playoffs senza precedenti. Stento a credere che il tedescone gliel’abbia vinta ancora, e che Lebron e i suoi isolamenti gliel’abbian fatta perdere un’altra volta.

Questi ultimi pensieri però, sarebbero legittimi soltanto se qualcuno avesse visto gli ultimi 6 minuti della gara, perché in realtà l’intera partita diceva ben altro. Diceva che Dallas a 6 giri di lancette dalla fine, nell’inferno bianco della triple-A (American Airlines Arena, ndr) era sotto di 15 e tutto sommato meritatamente, se non per il gioco (che per i mavericks non latita mai del tutto) per le 17 palle perse, inconcepibili per una gara di finals e per gli anni di pallacanestro che i texani c’han sul groppone che fino a quel momento parevano un handicap, non una forza inestimabile. 6 turnovers in società Kidd-Nowitzki, una valanga di buoni open-shots sbagliati (anche quelli in un attacco così ben congegnato non mancano mai), Terry e Stojakovic fuori dal palazzetto e quel dito rotto che al tedesco avrebbe dovuto dolere abbastanza. Insomma, i Mavs sono sempre stati a contatto per almeno tre quarti di gioco ma questo non bastava perché poi, come fossimo in un videogioco, arrivava il quarto quarto, si cambiava schema e per quanto si fosse attrezzati e in salute, il mostro di fine livello lo si doveva incontrare e era parecchio grosso.

Fondamentale, a quel punto, provare ad invertire rotta a costo di rischiare qualcosa. Per questo Carlisle l’ha buttata sui piccoli: Kidd, Barea e Terry insieme (100 anni in tre e 5 metri messi uno sopra l’altro) a contrastare una squadrona alta fisica ed atletica come quella miamese.

In effetti non è andata benissimo, palla persa contropiede, palla persa contropiede, palla persa e bomba. -15 dalla sirena. Timeout; fuori i piccoli e si torna al quintetto base, senza Stevenson ma ovviamente con il piccolo grande Jet. Terry che fino a lì aveva lavorato per otto punti ma pochissima presenza di spirito, tirando male e facendosi trovare impreparato palla in mano, entra dopo il timeout, quando probabilmente Peterson avrebbe gia annunciato la celebre, immortale e tutto sommato stancante “mamma butta la pasta”, entra e mette due bei tiri in sospensione. – 11, timeout miami. Spoelstra in panchina a dire : “raga, l’esultanza pugilistica LBJ D-Wade bella eh, però quelli là sono vecchi, arrabbiati e aperti all’immigrazione tedesca quindi magari aspettiam a mollare và!”. Poi avviene il crack, Miami si espone ad un parziale 16-3 ma, peggio ancora, si adagia su continui, insensati, prevedibili, inutili, lenti e soporiferi 1Vs il mondo di Lebron. Sia chiaro, non colpevolizzo il ragazzo dell’Ohio, lui fa il suo, talvolta prova a passarla ai compagni che però (sottoposti il loro), gliela restituiscono immediatamente, e allora che fare? Perché non uno step-back da 8 metri ad un secondo dalla fine dei 24? E non una volta, non due, ma bensì tre volte in due minuti. Poi poco m’interessa che dall’altra parte entri tutto, sono le finali NBA in fondo.

Miami non ha perso per un mero problema “mentale”, che di certo comunque ha influito (per me, con un play in campo, o meglio, con un play che ha il diritto di portare su la palla, un canestro si sarebbe riuscito a segnarlo, ma di play a Miami non ne vogliono sapere), ha perso per un difetto tecnico, un difetto che, ed è questo che mi stupisce, c’è da tutto l’anno e a cui la direzione della florida non sembra voler porre alcun rimedio. Lebron la prende sulla rimessa e basta, fa lui. Non si può vincere l’anello così e non capisco come a Spoelstra, o meglio, ai i suoi assistenti, non venga mai in mente di far giocare gli altri. E’ indicibile. Qual'è infatti l’unico canestro messo a segno da Miami negli ultimi minuti? La bomba di Chalmers (vabbè, facciam di Chalmers e Terry và!) a 24 dalla fine. Siam sempre lì, avere due dei 5 giocatori più forti del pianeta vuol dire trovare sempre qualcun altro libero. Bibby stava segnando (finalmente), Chalmers ha i cojones per tirare da uno scarico, ad Haslem non trema la mano (se si organizza un gioco per lui). Insomma, scelte tecniche che non posso capire. Mi spiace scomodare sempre sua santità, ma quando Jordan doveva vincere la partita la prendeva sì dalla linea di fondo e la depositava nel canestro 28 metri più in là, ma non a tre minuti dalla fine; prima la palla la prendeva Harper, Kerr o chi per loro.

Certo, nel basket contemporaneo il ruolo di playmaker è molto cambiato, forse nemmeno più esiste. Basti pensare qual è il sistema di pallacanestro che ha garantito più vittorie ed anelli negli ultimi 20 anni, la triple post offence, il triangolo Winteriano reso celebre da Phil Jackson prima ai Bulls e poi ai Lakers (non ha abbastanza dita per gli anelli eh, son 11 da allenatore e 2 da giocatore!). Il sistema è il più equilibrato e armonico della pallacanestro (5 giocatori assolutamente intercambiabili alla stessa distanza l’uno dall’altro) , tai-chi in movimento e non concepisce il ruolo di playmaking; posto questo, Miami non gioca la triangolo, spesso sembra giochi una sorta di parallelepipedo e per capirci qualcosa si dovrebbe provare ad unire i puntini a mo' di settimana enigmistica.

Penso anche a quanto potenziale sprecato ci sia nel serbatoio degli Heat e adopero il venerabile Micheal Bibby per esporre il mio parere. Mi è capitato di riguardare recentemente gara-7 delle finali di conference del 2002 tra Sacramento e Lakers (triple-post offence VS Princeton offence, basket tecnico ai massimi livelli, ndr) e di ragionare sul ruolo di Bibby trasportandolo agli Heat. Bibby, più giovane certo ma non un giocatore diverso, lento, un filo macchinoso, ma decisivo (ne metterà 30 in quella partita, pur perdendo) e sopraffino portatore di palla ed organizzatore di gioco (la Princeton offence, sistema nato neanche a farlo apposta all’università di Princeton dove il QI generale è altino anzichenò, e adottato da alcuni allenatori NBA, come Rick Adelman in quel 2002, è un sistema molto complesso dove tutti i giocatori iniziano il gioco sopra la linea del tiro libero e sono sempre coinvolti, con tagli e blocchi, per questo le spaziature devono essere rigorosamente rispettate), è snaturato a dir poco a Miami. Quando, in sede di commento, Bibby prende un tiro dallo scarico, si tende a dire “è lì per quello”, che in se è una supposizione giusta, ma Bibby è tutto fuor che un tiratore da scarichi. Non lo è mai stato e non lo sarà mai, Bibby esce da un blocco con la palla e tira, è sempre stato un tiratore da arresto e tiro, provare a farne lo Stojakovic della situazione, a 33 anni, è assurdo. Ma poi, avresti un playmaker vero in casa, perché non disegnare qualche gioco ogni tanto?

Per tornare alla partita, sono 3 i grandi errori di coaching nell’ultimo quarto. Numero uno rimanere senza time-out: certo, quando si subisce un parziale sì pesante si deve fermare la partita per tentare di tamponare l’emorragia ma, posto che comunque tenere un time-out alla fine è uno dei 10 comandamenti dell’allenatore, almeno, gia che ci si vede in faccia seduti sulla panchina trangugiando Sprite, non converrebbe mettersi d’accordo su come giocare l’azione dopo invece di vedere Lebron che sbraccia e indica ai compagni come preferisce il blocco?

Numero due le (non) scelte offensive di cui sopra: Lbj fermo in palleggio e gli altri a guardare.

Punto tre, e qui, devo davvero concentrarmi per rimanere serio e composto, Bosh su Nowitzki nell’ultimo possesso dopo che Dirk aveva segnato gli ultimi 9 della squadra, Miami aveva subito un parziale enorme e sull’orologio c’è scritto “-24 secondi”? Bosh?Nowitzki va via ad un difensore opinabile com’è l’ex Raptor con un giro in palleggio e appoggia al tabellone… Ma come appoggia al tabellone? Peggio ancora, assurdo azzarderei, la squadra di Spoelstra al momento aveva ancora un fallo da spendere! Non so come raccogliere i pezzi di questo disastro tecnico. Rimani senza timeout, e vabbè, però almeno metto pressione con un difensore buono, nemmeno quello (tipo, non so, hai in campo il migliore difensore, quando vuole difendere, della lega, è un 2.03 di 120 Kg e viene dalla zona più brutta d’America, il nome inizia per L e finisce per N), però dai, a 4 secondi dalla fine mi appendo al tedesco e costringo Dallas ad una rimessa difficile per un tiro da tre. No, Miami in single coverage con un difensore scarso contro la più tecnica, infuocata, strabiliante macchina da punti dell’intera NBA, beh, ovviamente poi, mica lo raddoppiamo! Incredibile davvero, avrei voluto vedere la faccia del capitano del vapore Riley.

Ultima suggestione, che non significa nulla ma mi ha causato pelle d'oca: mettere vicine la faccia di Lebron che festeggia Wade sul +15 e quella di Nowitzki alla fine, con tutti che lo schiaffeggiano sul petto e lui che li guarda come farebbe un maestro KungFu dopo aver neutralizzato l'avversario di una vita (la più grande guerra è quella dentro di noi!)

Per fare un bilancio finale, Miami è tanto più forte e ha avuto dalla sua l’inerzia dell’intera gara, ma continuerò a ripeterlo, vincere da soli non si può, è sbagliato come concetto, e se vincerà quest’anno, sarà, dal mio punto di vista, un anello ingiusto, brutto da vedere e immaturo.

Chiudo questa mia prolissa analisi ancora citando Al Pacino in ogni maledetta domenica: “si può vincere come collettivo o perdere individualmente”.

domenica 29 maggio 2011

Farsi gioco del gioco

Assistiamo sempre a qualcosa, se gioca la squadra vestita di azul e grana. Talvolta è la stanca e costante facilità con cui potremmo riconoscere un rullo compressore vincere su ciò che gli fa fronte. Più spesso è l'inedia arrogante del tennista perfetto che, conscio della sua infallibilità, toglie il velo che la nega alla vista solo se e quando è necessario, facendo cadere le braccia agli operai sudati – che credevano di averlo ormai messo alle corde – e portando a casa la partita sbadigliando. Infine, qualche volta, il Barça e il Gioco si fondono in un rito orgiastico, diventano il rito e tutti godiamo dell'estasi che ne scaturisce, che aspettavamo.


È l'estasi dei culés a Barcellona – ma non in Plaza Catalunya che è rimasta coraggiosamente insediata dagli Indignati – che celebrano di nuovo le Grandi Orecchie. È quella della Masia, la cantera che produce i talenti che stanno trasformando il calcio mondiale e distruggendo ogni record. È quella di Guardiola e del suo pensiero educato e totale. Quella di Abidal che sconfigge la sconfitta. Ma è soprattutto qualcosa che non sta nelle parole, nei trofei o nei numeri: una grazia dispensata attorno a tutto questo ma che non si esaurisce in questo, che non può ridursi a quello che ripetiamo continuamente per cercare di spiegarcelo.

In questa sensazione di superamento, di oltrepassamento e di mai visto prima ci viene da dire che questi fenomeni stanno facendo la Storia. Sentiamo il tempo che si sospende, che si ferma  o che accelera tanto da sfuggire alla percezione e per tenere in piedi la nostra invenzione di dirci umani – che poi è come dire l'invenzione del tempo stesso – avvertiamo l'esigenza di proiettare già subito ciò che ci sta davanti – ma anche dietro, anche intorno e che non comprendiamo – di proiettarlo, dicevo, sulle pagine di un libro di storia, cristallizzarlo lì, illuderci di averlo preso. Ma non è la Storia, quello che fa il Barça.

Il Barça vuole fare il gioco, farsi gioco. Ecco, in questo farsi gioco va in scena anche la desolazione degli avversari, imbambolati, come presi in giro. Come se i catalani si stessero facendo gioco di loro. E si stanno facendo gioco – meglio – il gioco si sta facendo di loro. Il calcio si fa nel Barça, del Barça. È il Barcellona estatico, immediato e istantaneo e – proprio per questo – eternizzato, che non gioca ma piuttosto è giocato, attraversato dal gesto e dalla meraviglia. Ci meravigliamo del suo meravigliarsi, vale a dire: sia dell'essere meravigliato che del farsi meraviglia del Barça. La nostra meraviglia, il nostro stupore è il Barça che disattende al nostro disperato intento di farne Storia, di fermarlo con lo scorrere del tempo.

E continuare a provarci con le parole, a sommare i motivi di tanta maestà, affannarsi a prevederne i successi futuri è puro tentativo di appendersi, di non farsi travolgere dall'eternità provando a eternizzarla; è voglia di non aver più paura di morire. Ma c'è morte più dolce e delicata di questa rivelazione, di questo tempo squarciato dal dribbling di Messi, dall'incedere di Xavi, dalla monumentalità di Piqué?

martedì 10 maggio 2011

maggio, tempo di milan

E venne maggio. E come ogni anno, si prese la briga di decidere, mese coraggioso.

È uno che spacca in due le stagioni, quelle del meteorologo, e regala il primo sole vero, le prime notti chiare e la luna finalmente all'aperto. Ma si occupa pure delle stagioni sportive e tra tante – guarda un po' – anche di quella calcionara.

«avevo detto che avremmo vinto lo scudetto».
avevi detto «tutto», ma va be'...
Mica sarete stupiti che siano rossonere le sirene che invasero in congruenza temporale le piazze romane e quelle milanesi. Io lo vo vaticinando dall'autunno scorso, dalla prima giornata di vetta, che non poteva durare; che la bolla gonfiata da Ibra era sul punto di esplodere, a momenti; avevo anche intuito che sarebbe stata la Signora torinese ad arrivare a fari spenti a strappare le bottiglie di spumante ai meneghini. Che volete farci, quando uno ha l'occhio lungo... ma poi, avete idea di quanto pallone abbiano visto queste pupille? Ancora vi pare che potrei sbagliarmi con tanta leggerezza?

«Boia, so' bell'è briao... certo se
me lo bevevo era meglio...»
Che il dicastero del pallone italiano risulti presieduto da Massimiliano I il Livornese, diciamolo, non erano in tanti ad aspettarselo, tempo fa. Eppure lui ha agguantato subito le insegne del comando, senza mai scendere la faccetta da sberle e l'espressione a metà tra il divertito e il "m'importa 'na sega". Aveva fatto finta di niente quando il Capo del Paese – prima che delle vicende lavorative di Via Turati – gli metteva una mano inceronata sulla spallina della giacca e ordinava la presenza – fantasmatica – di Ronaldinho nell'attacco dei futuri campioni. Max ha atteso poche settimane per prendere da una parte il Siòr Galliani e tagliargliela sottile sottile, tipo: «Dinho è uno scaldabagno. In spogliatoio mi vien comodo – per carità – ma sul prato è proprio sprecato, mi viene meglio mandarci un aratro tatuato e incosciente, con una voglia di vincere che neanche Valentino Rossi dieci anni fa».

mercoledì 4 maggio 2011

clàsico. fine lavori

Non credete a chi vi dice che non è vero. La Storia si fa con i Se, eccome.

Se il numero 10 degli altri è un piccoletto spettinato con la magia leggiadra nei piedi e il tuo 10 sta sulle spalle di Lass - figliolo del quale quanto di più leggiadro si possa dire è: "Diarra saltato ancora da Messi" - ecco, se le cose stanno così, non puoi nemmeno ritenerti vittima di ingiustizie. 
Se invece, pur di lamentarti di tutto il mondo e far la guerra ai mulini a vento ma molto
meno simpaticamente di Chisciotte, ti metti a fare il guascone sarcastico, finisci in gabbia, da lì spedisci i pizzini ai tuoi prodi e la sera dell'evento clou (rima con Mou) diventi un latitante e nessuno sa davvero dove sei, forse sarà pure che tutti ti cercheranno, ma con ansia non maggiore a quella impiegata in trent'anni per Provenzano. Dilemmi da Nanni?



Se per tentare di contenere la squadra più emozionante, più piena e più vicina a essere definita "la migliore di tutti i tempi" chiedi ai tuoi marcantoni di bianco abbigliati di sporcarsi la divisa col sangue altrui, esposto a forza di calci, non è che davvero puoi lamentarti se giochi per un po' in 10 e il tuo piano - geniale, comandante! - di pareggiare a reti inviolate in casa per strappare una patta con reti a Barcellona finisce a capinere. Se, non bastasse il resto, la tua strategia è questa ma non presiedi il trono del Cesena, bensì quello della Casa Blanca, e proprio contro gli azul-grana, forse un senso di giustizia lo suscita, il fatto che te ne torni a casina.

Sì perché, se è vero - come è vero - che nel calcio non c'è giustizia (chiedete, nel caso, all'Arpino di Azzurro tenebra), il Barça suscita a noi fedelissimi un possesso di completezza e solletica una dimensione estetica che va oltre: laddove non c'è nulla e invece vien voglia di alloggiarci proprio questa sublime intesa tra le maglie catalane e la perfezione della fisica, della realtà, della gioia. La gioia dei Cules nell'arena del Camp Nou, gridare Olè intorno al campo verde, saltare per ore mentre la sfera accarezza sempre e solo i piedi dei tuoi, vedere la rete gonfiarsi e capire che è fatta.

E non servono spiegazioni, e se Guardiola filosofa, come fece un mese fa tornando a Brescia, che lui non sa che consigli dare per fare grande una squadra, lui, per vincere, usa Messi, spiegazioni nemmeno le andiamo cercando.
Guardiamo, godiamo, Finale.

domenica 1 maggio 2011

El Clásico

Una nuova giornata di Liga se ne va. E non cambia nulla! Il Barça perde e il Madrid perde pure. La differenza? Piccola, tutto sommato... i catalani restano a +8 e sono sostanzialmente campioni e, non bastasse, si siedono al Camp Nou ad attendere che i rivali vengano a tentare di ribaltare le sorti già scritte della Champions. Per il Real, inguaiato dalla missione impossibile che tuttavia gli toccherà tentare, arriva un'altra sconfitta. In casa. Laddove Mourinho era stato inviolabile per nove anni, tre violenze in un mese. Non malissimo.

Vi propongo un'opera che riassume la situazione. Non solo quella della rivalità più osservata dello sport attuale, ma pure un po' quella del magistero pallonaro tutto.

Dal gruppo di filmmakers di cui vedete il logo qui accanto [e qui il sito, toh], una rivisitazione di un evento che dovrebbe ricordarvi qualcosa anche se non siete malati di pallone... buona visione!

giovedì 28 aprile 2011

ho visto il messi(a)

Terza sfida su quattro e stiamo in parità: una vittoria a testa e un pareggio. Oddìo, questo è un punto di vista, magari un po' parziale. Una realtà più articolata vorrebbe che il pareggio della prima gara al Bernabeu ha sostanzialmente consegnato la Liga alla capitale catalana. Che, in seconda battuta, è bastato un golletto ai supplementari per portarsi a casa la Copa del Rey (salvo farla piallare dal proprio autobus poche ore dopo). Infine, ultimo evento vecchio di una mezza giornata, che in Champions la strada è segnata e sembra dipinta con secchiate di blau e di grana.

Francamente, le polemiche Specialone post (ma anche pre, ma anche durante) match d'andata lasciano il mio tempo un po' come l'hanno trovato e preferirei far giudicare a Voi – qualora vi importasse – se Lui abbia ragione oppure no ad accusare il Barça di sfruttare una protezione esclusiva da tutte le classi arbitrali planetarie.

A me colpisce molto, piuttosto, la sua tenace e insistita missione di trasformare quella contro il Barça in una battaglia, in un torneo medievale senza regole se non l'obbligo di restare in piedi, solitari, all'ultimo istante. E allora, tutti in campo all'arma bianca, mirando a  recidere ogni virgulto di calcio che tenti di germogliare dai piedi dei piccoletti catalani. Quando poi Mou scopre che lo lasciano in dieci (ancora una volta!), inscena un teatrino e recita la parte del derubato che si indigna, cercando di istigare la polveriera Santiago a esplodere e trascinare nella deflagrazione anche gli animi dei calciatori, per inibire il calcio, cioè quello che possiedono solo gli altri. 
Infine, con la qualificazione compromessa ma ancora non vietata, a José non passa altro per la testa che continuare a lavorare ai fianchi i rivali, se poi questo lavoro non sarà bastato, be', lui cos'ha da perdere?

martedì 26 aprile 2011

sondaggio real-barça

[Edit: così titola da ieri sera il sito ufficiale del Barça
Andrés Iniesta, con molestias en el sóleo de la pierna derecha, baja ante el Madrid
problemino da poco, per Pep? Quanto sposta l'assenza dell'8 nella semifinale? Votare...]
niente semi per Andrés...

Ok, cioccolatata primaverile andata, constatato il largo vantaggio del Milan in classifica, l'incapacità dell'Arsenal di riprendere il Man U e il Real che, pur procedendo a valanga, non riesce ad avvicinare quelli blaugrana, resta da concentrarsi proprio su quest'ultime due.

Ci siamo, la quadruplice sfida tra Madrid e Barça sta arrivando al punto più alto, tutto sommato una cosetta da niente: la semifinale di Champions. Sarà probabilmente l'incontro (doppio) più significativo, affascinante e suggestivo dell'anno, anche più della finale che ne scaturirà, secondo solo al fascino classico della prossima Brescia-Sampdoria.

Insomma, dite dite: come finisce mercoledì sera, nell'andata Real Madrid - Barcellona?

lunedì 25 aprile 2011

serie a, siete poco normali

Sabato pomeriggio, mi chiedo se sia già ora di tirare un pugno all'uovo fondente e mi prendono alle spalle con una giornata di campionato. Che c'è, non vi piace giocare a pasqua?


Niente, tutti di sabato... e mica è l'unica anomalia di giornata, no! Per esempio – tenetevi forte – Robinho l'ha messa. Sì! Davanti al portiere, da solo e con una biglia decisiva, non l'ha sparata alta o appoggiata fuori e nemmeno ha centrato il corpaccione di Arcari. L'ha proprio accomodata al di là della riga gessata. Sarà che giocavano alle 19 (poco normale anche questo)?

Ne esce che il Brescia, fino a un istante prima capace di terrorizzare la capolista e sognare tre punti salvezza, ha cominciato a malincuore a scrivere i saluti alla serie A – il Bari, del resto, aveva iniziato da tempo e adesso ha messo il punto finale sulla cartolina.
E ne esce, soprattutto, che il Milan sta a più otto dalla seconda e ormai ago e filo sono già in mano. Anomalo? A me sembrava impossibile fino a poche settimane fa, vedete voi.

giovedì 21 aprile 2011

clasico (parte 2 di 4) - il real travolge la copa

È andata la seconda delle quattro. Come in ogni thriller che si rispetti, la successione degli eventi è un crescendo e ci teniamo i brividi più intensi per la fine, con la doppia sfida di Champions.

Intanto, però, il primo titolo del finale di stagione ispanico se ne va e prende alloggio sulle bacheche del Madrid. Sì, quelle parecchio appesantite ma anche piuttosto polverose dei Bianchi, gli stessi che aspettano da parecchi anni la Coppa con le Orecchie che, d'altra parte, sarebbe la decima. Poco, dite? Figuratevi che, per un fenomeno analogo, anche la Copa del Rey girava al largo dal Bernabeu da un po' di giorni, qualcosa come diciotto anni.

E invece, sarà quello Speciale, sarà che Cristiano è un vincente, sarà che avere di fronte il Barça è francamente un'altra cosa. Fattostà che è la Casa Blanca a dare alloggio al simbolo reale, come sembra logico che debba essere. Eppure, niente di meno logico, se considerate che il gioco del Barcellona, non tanto e non solo per la manita ormai mitologica, veniva ritenuto di un altro mondo, incontenibile, favoritissimo prima del quadruplice Clasìco. E adesso che siamo a metà strada, il Real ha preparato il terreno come meglio non poteva sperare.

lunedì 18 aprile 2011

diagnosi per la serie A

«Mi sa che c'ho la febbre...»
«Dica "trentatrégiornate". Uhm... Signora mia Beneamata, non mi piace neanche un po' questo rumore che sento all'altezza del cuore, appena sotto lo scudetto. E il termometro dice meno otto, un febbrone.
Mi prende tre pastiglie di Leomicina al giorno, perché 'sta infezione ribelle bisogna che la estirpiamo dallo spogliatoio. Il fiato corto, dice? È normale, sentirà anche le gambe pesanti e faticherà un po' a inquadrare la porta, vero? Eh lo so, sono malanni di fine stagione. Ma non vanno sottovalutati, sennò si rischia di restare senza Coppa l'autunno prossimo. E al siòr Massimo chi glielo spiega, poi? Per carità!
Prego? Le caramelle Mou? Mah, la minestra riscaldata è un po' il rimedio della nonna, ma se le piace... Arrivederci eh, torni se non migliora e lasci perdere gli ospiti tedeschi, per un po'. E niente prosciutto, che il Parma è indigesto! Avanti un altro!»